donation

Aprile 2015

Nepal Aprile 2015 di Ornella De Lucia

 

Riceviamo e pubblichiamo volentieri il racconto dell'esperienza di Alice e Ornella, volontarie di Hanuman Onlus con noi in Nepal in Aprile 2015

  

 

Nepal Aprile 2015 di Ornella De Lucia

Proverò a dare voce a questa storia, gioiosa e grande, che dentro ancora mi batte e che si chiama NEPAL!

Avevo percepito sin da subito che doveva trattarsi di qualcosa di davvero grande!

È ormai da quasi due mesi che sono rientrata e ho aspettato a scrivere perché le grandi emozioni si sentono e non c’è parola che possa raccontarle!!! Ma con la parola io proverò a dare forma a quelle foto che i miei occhi hanno scattato e che, insieme a quello che ho sentito, resterà dentro per sempre, perché da sempre andare in quella terra era stato il mio desiderio, sin da quando ero ragazzina e chi da tanto mi conosce, quando ha saputo che in aprile sarei partita, non ha esitato a dirmi: “finalmente ce l’hai fatta…!”

E se poi il viaggio in quella terra fosse stato anche in un contesto speciale, quale quello in cui ho avuto la grande fortuna di trovarmi grazie al gruppo Hanuman Onlus, nel quale, per quello che posso, do il mio contributo come volontaria, beh, allora, credetemi, che il mix è stato davvero perfetto, un sapore speciale ed unico!!!

E l’emozione è da subito!.... Io ho cercato di controllarla perché se mi emoziono troppo, mi viene la febbre, ma sinceramente non ce l’ho fatta e allora, meno male che esiste la tachipirina!!! È da subito, da quando scendi dall’aereo a Kathmandù nel vedere l’abbraccio grandioso che gli amici nepalesi, Ravi, Raji, Amresh, Gajendra ed altri, di cui non ricordi i nomi, hanno riservato a Vitaliano, Irene e Leonardo e nell’accorgersi che, solo dopo qualche attimo, quell’abbraccio era anche per me, pieno di affetto, di fiori, di gioia, come se da sempre mi  avessero conosciuta e, in verità, mai mi avevano vista!!

Il mitico pulmino condotto da Babu Gaji era pronto e ad aspettarci c’era anche il cuoco Mon che doveva fare gli ultimi acquisti per la cena della sera: incredibile!! Avrà avuto tutto il tempo per provvedervi prima del nostro arrivo, ma troppo bello che lo ha fatto con noi, obbligando così Babu Gaji a soste mirate. Quanti sorrisi mi ha strappato questa cosa!!

L’arrivo alla Casa Famiglia non mi ha dato il tempo di pensare: è subito un’altra dimensione, un’altra vita, non ci sono più finzioni, non maschere, sei subito te stesso, come sei, come un ritorno alla tua origine, alla natura, lontano in un attimo dal mondo che hai appena lasciato e che fino a qualche istante prima hai pensato ti appartenesse: è in questa dimensione che realmente puoi capire quanto quel mondo davvero ti appartenga.

Andavo a letto la sera stanca, molto stanca, con la voglia di dormire, ma con l’ansia di non impiegare troppo del mio tempo a dormire perché lo pensavo perso; avevo timore la mattina di non sentire Vitaliano con la sua sveglia, quando sul terrazzo, ad alto volume, ci accendeva l’inno di Mameli o Oye como va dei Santana  ed altri successi dei Qeen: troppo bello!!! Andavo alla finestra e spostando la tenda raccontavo con un sorriso la gioia che mi dava quel risveglio: troppo bello!!! Io alla mattina non ho molta voglia di parlare e fatico  a fare tutto: ma, alla Casa Famiglia non c’era tempo per tutto questo: lì, subito era vita!

Abbiamo visitato le 15 scuole, tutte quelle costruite  e fra queste ne sono state inaugurate 3.

Quella mattina il cielo era molto coperto, tanta umidità, ma siamo partiti con zaini in spalle e spolverini per raggiungere un pezzetto di mondo che mai dimenticherò: prezioso e straordinario!

Trisciana e Neera con l’infradito e noi tutti con scarponcini da trekking! Una camminata bellissima: una  vallata magicamente immersa in un manto di nebbia, quasi fosse lì a proteggerla, volti rari e occhi profondi. Un uomo magro e piccolo portava il carico di materiale scolastico e bottiglie di acqua: quel carico pesava più di lui, eppure sembrava tutto leggero; con passo preciso e sempre uguale mi ha raggiunta e avanti mi è passato  ed io sono rimasta a guardarlo: altro non potevo fare!

Siamo arrivati alla Basanta School che, insieme alla Shree Bhairabi Primary School, sono forse, le due che più mi sono rimaste nel cuore!

In quel posto, io ho fatto il più bel girotondo della mia vita!

Un rientro impegnativo per la discesa ripida e sconnessa, ma non sono caduta….solo perché accompagnata da Raji che mi indicava esattamente dove mettere i piedi per non scivolare, con una precisione incredibile, quasi si trattasse della scala di casa sua!

Dalle visite delle scuole si rientrava sempre a pomeriggio inoltrato e, a volte, mi sentivo stanca, con la voglia di arrivare alla Casa Famiglia per trovare un po’ di ristoro: una doccia, il letto, la bellissima terrazza ad un dito dal cielo stellato; ma, quando poi ero arrivata, dopo solo pochi minuti mi prendeva di nuovo la smania di ributtarmi tra quella gente, nei loro sguardi, nei loro sorrisi, nel loro vivere, che era già il mio!

Sono arrivata alla Shree Bhairabi Primari School  a mano con Himala: mi guardava spesso e spesso mi stringeva la mano: forse aveva paura che io potessi allentare la presa, ma io non lo avrei mai fatto: io, avevo la sua stessa paura!

Una scuolina persa nel nulla e per questo ricca del tutto!

L’arrivo alla Shree Buddi Bikash School, a mano questa volta della piccola Sushila, è stato poi una grande festa, un’emozione enorme! Ho sentito spesso gli occhi lucidi e la fatica di rimanere controllata in tutta questa bomba che sentivo battere dentro e la cui esplosione volevo contenere. Ci ha parlati Francesca dal viva voce del telefono di Vitaliano e mi sono sentita stretta in un unico grande abbraccio fra tantissima gente: lì era tanta davvero!

Ho danzato tra quella gente con la gioia nel cuore, con una strana sensazione di assoluta libertà, come fossi sola e, invece, ero in mezzo ad un mare di gente; seguivo con il cuore e con la mente i movimenti che da soli uscivano in mezzo a loro, bellissime, che delicate mi sfioravano, ubriaca io dei loro sorrisi e dei loro colori e tra tantissimi bambini che timidamente incitavano a continuare ed Alice che mi diceva di non mollare, di non lasciarla là in mezzo, da sola, di non farlo, non in quel momento,…..ma io non lo avrei fatto, non in quel momento, mi sentivo troppo felice, troppo leggere: è stato bellissimo!

La gita  a Gorka poi, con tutti i bambini è stata una favola difficile da raccontare. La sera prima ho preparato un piccolo zaino con poche cose per la notte da trascorrere fuori e mi sono scoperta a sorridere di me stessa sentendomi quasi io la scolaretta che andava in gita; sì, perché in quel posto, con quei bambini, succede proprio questo: si invertono i ruoli e le situazioni, vai lì pensando di dare qualcosa, poco o quantomeno ti sforzi di fare questo e ti scopri, invece, ricoperto di una ricchezza che mai più perderai! Erano tanti sul pulmino, sul camion e noi in mezzo a loro: una storia fantastica! Ho cercato di non perdere nulla, nemmeno quelle viste di terre incontaminate e ferme come immagini di cartoline, quelle che sceglieresti, bellissime, da spedire ad una persona cara.

Non ricordo i nomi di tutti i bambini che ho conosciuto, me ne vengono in mente solo pochi: Bimala, Himala, Rohan, Daniel, Bikran, Suman, Mishra; Acriti mi ha parlato un sacco e poi c’era il piccolo Lujah, detto il “commercialista”, che mi ha intrattenuta con discorsi di “alta finanza” e con “teorie sui numeri”, impossibili da spiegare e a cui, conseguentemente ho faticato a rispondere, rubandomi un mondo di risate, le mie, ma anche le sue, bellissime!

Gli ho chiesto un bacino alla fine di tante parole e, senza alcuna esitazione, il piccolo me lo ha dato e mi si è stretto: un abbraccio tra “colleghi” che mai più dimenticherò!!!!............ ancora porto il segno di quelle corse e del volo, spettacolare, che ho fatto per prendere il fazzoletto a ruba-bandiera …..ma si sa, le cose grandi lasciano per forza il segno!

Con loro, con gli occhi fissi e luccicanti, davanti alla vista improvvisa degli 8000, il mio cuore forte batteva!

Ancora adesso, spesso, nelle mie giornate, così lontane da quelle, mi perdo con la mente nel ricordo di tutto questo, di quelle risaie terrazzate, delle donne piegate a lavare il ricco raccolto di radici nelle strette lingue di acqua che in mezzo ai verdissimi campi si aprivano, di un ponte tibetano, attraversato con passo leggero e in punta di piedi perchè il suo ondeggiare fosse  il più delicato possibile, quasi ad accarezzare le idee bellissime che nella mia mente si confondevano in un turbinio di emozioni.

Ramechhap un piccolo villaggio aspettava gioioso il nostro arrivo ed anche qui fu subito festa: qualcuno suonava, un piccolo banchetto preparato per noi e tanti bambini, anche qui tanti e bellissimi! In regalo, per noi, il loro prezioso miele!

Quella mattina nessuno aveva voglia, io forse meno di tutti, ma quando poi mi prende il timore di qualcosa, è strano, io sono così, questo diventa quasi un motivo in più per non tirarmi indietro: quella mattina, era programmato il rafting! 

I più erano restii solo perché con poca voglia di bagnarsi; per me, questo era l’ultimo dei miei pensieri; in verità, la mia preoccupazione era quella di non avere abbastanza forza da rimanere sul gommone, sentivo dentro la strana convinzione che sarei di certo finita in acqua all’attraversamento della prima rapida. I lunghi preparativi, le minuziose istruzioni non fecero altro che convincermi sempre di più di tutto questo e, quindi caricare dentro di me, da una parte la paura e dall’altra la smania di andare comunque  e di non voler rinunciare a questa emozione, anche a costo di…… non sapevo nemmeno io cosa!!! I gommoni erano due  ed io istintivamente sarei andata in quello occupato in maggioranza da uomini: la forza delle loro braccia mi dava un senso di sicurezza per quella flebile delle mie. Ma un incrocio di sguardi con Irene fu sufficiente per me a seguire lei: i suoi occhi, dolci e rassicuranti, come quelli di una madre, al cui fianco nulla ti può capitare, ebbero subito il sopravvento sulla forza di quelle braccia e così io la seguii, sentendomi al sicuro in un gommone il cui equipaggio era in prevalenza formato da donne…..ma con Roby, Leonardo e qualche amico nepalese.

La mia postazione era in fondo, con Irene, lei stessa mi aveva detto essere quella la più sicura…..sentivo un tremore dentro che aumentava a mano a mano che con la massima attenzione cercavo, con difficoltà, di non perdere nulla di quanto l’istruttore comandasse: in verità, tutto quello che diceva mi pareva fosse esattamente il contrario di quanto ragionevolmente potesse servire ad uscirne salvi, ma naturalmente, ciò nonostante, cercavo di eseguire tutto con meticolosa precisione, ben conscia, poi, che nel pericolo, di certo, avrei mollato tutto!!! ….e così fu!!! Ero bagnatissima, come tutti, ma non sentivo più né caldo, né freddo, io, semplicemente non sentivo! E le rapide arrivarono e ogni volta mi pareva un miracolo esserne uscita ….e arrivò la rapida più impegnativa, lo sapevo che sarebbe arrivata, non poteva finire così, io lo avevo percepito da subito!!! E subito arrivò l’ordine di sedersi, giù in basso; tutti sul mio gommone lo fecero, ma vi assicuro, fu nella frazione millesimale di  un secondo che i miei occhi e, soltanto i miei, si congelarono sul gommone davanti occupato dagli altri del mio gruppo ed inermi assistettero al capovolgimento, sconvolgente e totale del gommone stesso: li vidi tutti volare in acqua e tutti non li vidi più perché sommersi dal gommone! Pietrificata rimasi in piedi, immobile alla mia postazione, mentre i miei compagni erano diligentemente in posizione corretta, seduti in basso; sentivo l’istruttore che mi gridava di abbassarmi e sedermi giù, ma mi sentivo inchiodata, le gambe dure, le mie ginocchia ferme a sostenermi in piedi, e per un attimo, sempre in quella frazione millesimale dello stesso secondo, io pensai di buttarmi volontariamente in acqua, perché di lì a poco la stessa sorte sarebbe toccata al mio equipaggio e quindi anche a me….

Non so spiegarvi, non so cosa successe: possibile che Irene avesse potuto capire di me tutto questo? Io ancora non lo so, ma sentii la sua mano tirare i miei pantaloni, quasi avesse letto e percepito i miei pensieri. Le gridai, a quel punto, nel terrore più totale che il gommone davanti si era completamente cappottato nella violenza della rapida e che tutti erano volati letteralmente in acqua.

L’istruttore continuava a gridare e a comandare ordini, sicuramente preziosi per la nostra salvezza  e lo furono, ma nemmeno Irene, a quel punto, poteva più ascoltarli: balzata in piedi, anche lei come me, con i suoi occhi pieni di paura fissi nei miei - io mai li dimenticherò – e i nostri fissi davanti a cercare le teste di tutti che piano, piano cominciavano ad affiorare dall’acqua, nell’angosciosa conta di tutti e nel tentativo, estremo e vincente, di non fare la stessa fine.

Una storia finita bene, ma vi assicuro, io, mai più rafting: ancora sento il brivido!!

Alla Casa Famiglia la notizia del nostro naufragio era già arrivata, prima del nostro rientro e i bimbi, tutti pieni di sorrisi, erano pronti e trepidanti di sentire i nostri racconti e di scoprire, magari su di noi, i segni di quella brutta avventura….e, in vero, i segni c’erano!!

Suman, un ragazzino di quindici anni, ospite alla Casa, con sorriso bellissimo e rassicurante, quello di un uomo già maturo e responsabile, delicatamente mi mise una mano sulla spalla, quasi a dirmi la sua felicità nell’averci ritrovati tutti! Suman, ogni tanto penso alla precisione con cui ripulivi i battiscopa dal colore fresco, appena dato alle pareti della casa! Sei prezioso!

Sulla terrazza di una casa nepalese dove abbiamo trascorso una delle ultime notti, ho bevuto un aperitivo sotto un cielo che tra lampi e tuoni dentro mi parlava, ma io dovevo ascoltare quell’uomo, il padrone della casa, mentre fiero ed emozionato, ci raccontava della sua vita attraverso le vecchie immagini di foto antiche e preziose.

Questa terra e questa gente sono difficili da scrivere, l’ho detto in principio ed ora che vorrei chiudere questi brevi pensieri, ancora di più mi rendo conto di essere povera di parole. Ho vissuto sulla pelle ogni emozione, senza pormi domande perché per le grandi emozioni non ci sono risposte, ma lasciando che tutto mi venisse addosso, senza spostarmi, perchè è l’unica cosa che puoi fare per sentire fino in fondo tutta la grande emozione!!! Immenso!!!

Congedandomi da questi pensieri, tutti, piccoli e non, vi stringo in un unico abbraccio, fortissimo e con voi tutti, scorrendo gli occhi di tutti quelli che ho incontrato, mi lascio andare in questo girotondo finale, grandissimo, bellissimo!!! Trishiana, grida tu ora, tocca a te: “su, giù, allarga, allarga, allarga, stringi, stringi, stringi, salta, giù, su, via, …kumàn, kumàn, kumàn!!!!.....”

 

Ornella De Lucia

 

Nepal Aprile 2015 di Alice Brunoro

L’esperienza con Hanuman Onlus

Il Nepal è un luogo magico. Ti accoglie a braccia aperte, con la sua energia fatta di spiritualità e sorrisi. Il Nepal ti da tanto, senza chiedere niente in cambio. È il posto dove l'ospitalità è così importante, che per dare a te, nei villaggi sperduti la gente si priva del suo unico vasetto di miele. È il luogo dove se incroci uno sguardo ti si apre un mondo, sprofondando negli occhi di un popolo pieno di saggezza. È lì dove puoi riflettere su te stesso, immerso in posti magici nella più incolta e verde natura.

Non puoi non innamorarti del Nepal e della sua gente. E' difficile descrivere a parole cosa si prova quando si ha la fortuna di conoscere certe persone. Hai l'impressione che già ti conoscano, che sappiano esattamente chi sei, e, senza bisogno di parole, ti senti in famiglia. Hai la sensazione di essere in Nepal da una vita, quando in realtà sei arrivato da appena pochi giorni.

Le donne hanno un'eleganza che è estremamente affascinante. Sono bellissime e quando indossano i loro vestiti tipici sprigionano un'energia coloratissima. Gli uomini sono sempre gentili. Negli occhi degli anziani puoi scoprire chi sei, rispecchiandoti in un'intensità che rimarrà uno dei grandi misteri che mi porto nel cuore. I bambini ti guardano e sorridono, si nascondono ma dopo trenta secondi, se mostri loro una palla, corrono a giocare con te. La gente sorride. E sono quei sorrisi che aiutano a crescere. Provenendo da una società frenetica, in cui le persone non hanno il tempo di essere felici, essere catapultata in un mondo fatto di sguardi e gentilezza fa riflettere molto su quanto forse dovremmo essere tutti un po' meno presuntuosi, abbandonando la convinzione di essere per forza nel giusto solo perché viviamo in una società più “evoluta”.

Umiltà, gentilezza, felicità.  Queste sono le tre caratteristiche che ho visto nella mia, ahimé, troppo corta permanenza in Nepal.

Il Nepal è colore, il Nepal è natura. Visitare i villaggi e le scuole mi ha dato la possibilità (oltre a divertirmi tantissimo con i bambini), di vedere posti incantevoli. E poi c'è una tradizione che mi ha stregata e che non scorderò mai: la gente ti da il benvenuto offrendoti dei fiori. E così tu arrivi nel villaggio e nel giro di pochi secondi sei cosparso di fiori, fatti a collane, corone o semplicemente fiori che i bambini ti danno in mano. E come si fa a non essere felici con tutta quella natura e quel colore addosso?

Già dal saluto poi, capisci la profondità del popolo che hai di fronte. Namaste, un saluto al Dio che è in te. Quale miglior modo di salutarsi se non augurarsi ogni bene? Il popolo nepalese è un popolo pacifico ma fiero, che ci tiene spiegarti il significato della propria bandiera e del sacrificio dei soldati Ghorka per unificare il paese.

Il Nepal è anche musica. Gli uomini suonano una serie di strumenti strani, tipici del posto. Trombe, bonghi e flauti, creano un ritmo gioioso ed una melodia che non puoi non ballare. E poter ballare con quelle donne mi ha fatto vivere un momento davvero speciale, completamente immersa in una cultura diversa dalla mia, ma con così tanto da insegnarmi.

Sono partita con uno zaino pieno di sogni. Dovevo rimanere un mese e mezzo a fare volontariato con i bambini e ragazzi di Benighat. Subito mi sono ambientata bene. D'altronde, come ho scritto, ci si sente accolti fin da subito. Avevo progettato di insegnare italiano la mattina nelle scuole e poi di organizzare tornei di calcio e pallavolo. Ma soprattutto esportare e condividere con i ragazzi una mia grande passione: la giocoleria. E allora prima della partenza corri a comprare palline per tutti, trova i palloni, prendi i trucchi per organizzare una festa con i bambini... insomma sono partita che avevo la carica di un leone! Le aspettative non solo sono state egregiamente superate dalla realtà, ma mi stavo veramente cominciando ad innamorare del Nepal. Sentivo di poter dare tanto ma soprattutto di poter imparare tanto. E imparare anche dalle minime cose. Durante la prima vera camminata che abbiamo fatto con il gruppo al ritorno da una visita della scuola, Tirsana (ragazza dolcissima che abita alla Happy Home) mi ha presa per mano quando mi ha vista in difficoltà, e mi indicava dove mettere i piedi per non cadere. Lei, quaranta chili di ragazza in ciabatte, che sosteneva me, impacciatissima con i miei super scarponi da montagna. 

Purtroppo il mio sogno si è spezzato ancora prima di cominciare. Quel maledetto 25 aprile. Era il giorno in cui il gruppo sarebbe dovuto tornare a casa e io dovevo ripartire per Benighat (quel giorno ci trovavamo tutti a Kathmandu) e cominciare la mia vera avventura. Ore 11.56. La terra trema. E trema per due maledettissimi minuti che sembravano non finire mai. Due minuti che sono bastati per mettere in ginocchio un paese, che ha strappato la vita a più di 8000 persone, che ha spazzato via per sempre dei posti di una bellezza mozzafiato. Due minuti, e la mia avventura è finita. E per fortuna, che a finire è stata la mia avventura e non la mia vita. Il vuoto che rimane dopo aver vissuto una esperienza simile è difficile da raccontare. Ti restano solo tanta amarezza e troppe domande: perché il Nepal? Perché sono sopravvissuta? E ti senti impotente davanti a una tale furia distruttrice. Ti senti piccolo. Ti senti fortunato perché tu una casa ce l'hai e ti basta tornare a casa, a differenza di chi una casa non ce l'ha più. Vivi emozioni contrastanti, non vuoi partire per tornare a casa perché vuoi aiutare ma ti senti dire che lì saresti solo un peso. E allora smetti di combattere e torni, con il cuore a pezzi. Il mio cuore è rimasto lì, tra le macerie e la disperazione di chi ha perso tutto. Un paese che è stato devastato dalla Natura, un paese che tutto si meritava tranne che essere piegato così.

Ma io non posso e non voglio ricordarmi del Nepal come un cumulo di macerie. Ed è difficile, perché il terrore paralizzante che ho vissuto sta tentando di cancellare dalla memoria i momenti unici che ho vissuto, tutti i bambini con cui ho giocato, tutta la gente che ho incontrato, tutte le meraviglie che ho visto.Per me Nepal sei e rimarrai un paradiso unico popolato da gente fantastica che, nonostante tutto, dimostra una dignità e una forza d'animo incredibile.

Namaste Nepal, un saluto al Dio che è con te.

 

Alice