donation

Aprile 2017

Mission Aprile 2017

 

Pubblichiamo il diario di viaggio del nostro amico Marco M. 

 

Il mio Nepal

 

Antefatto

Do you know if the road from Kathmandu to Lhasa is open? Una semplice domanda, che oggi potremmo formulare via email, sms, whatsapp, ecc., oppure ancora più semplicemente digitando su Google, verso la fine degli anni Ottanta faticava a trovare un interlocutore, ma soprattutto un mezzo adeguato. Ecco allora che pensó a noi. Così, lo conobbi.

All'Ufficio Estero della Banca, oltre alle rare macchine da scrivere Olivetti con slot per un dischetto, avevamo il telex, un'evoluzione del telegrafo che metteva in connessione due telescriventi trasmettendo segnali alla velocità oggi inimmaginabile di 45 bit (bit, non kb nè tanto meno Mb) al secondo. Prima della diffusione dei fax era il principale strumento di comunicazione commerciale tra le aziende e per il nostro lavoro costituiva uno strumento indispensabile. Anche nei paesi meno sviluppati era diffuso quindi Vitaliano si presentò in ufficio chiedendoci la cortesia di inoltrare la sua domanda.

Era un ragazzo affascinante, un vero commerciale, affabulatore come pochi. Veniva dall’Emilia, era tra quelli che venivano a Verona, mercato emergente per la Banca, con l'idea di far carriera ed i numeri li aveva. Ma soprattutto per noi maschietti era la sua passione che ci affascinava: i Viaggi!

Ricordo che qualche anno dopo, quando gli affidarono la prima filiale da dirigere, dietro la sua scrivania aveva una carta del Mondo, tempestata di pallini rossi per indicare i posti in cui era già stato, più fitta sembrava l'Asia, forse quella strada, ora non ricordo, era aperta...

 

Prologo1

Si racconta che a causa del terremoto molti artigiani che stavano costruendo la pagoda, che rappresentava il padiglione nepalese all'Expo 2015, hanno dovuto abbandonare i lavori a Milano per rientrare ed occuparsi della ricostruzione in patria e che quindi gli operai degli altri paesi si sono resi disponibili ad aiutare quelli rimasti. Ci entrammo quasi per caso nel padiglione, per ammirare gli splendidi legni intarsiati. Assaggiai lì per la prima volta il Nepali Cha, il the speziato al latte. Riprovai più volte a casa a ricrearne il sapore, ma solo in Nepal lo ritrovai.

 

Prologo 2

Siamo degli abituè alla Festa delle Fave, una tradizione di San Giorgio di Valpolicella, detto Ingannapoltron, perchè sembra vicino ma in realtà la strada per raggiungerlo è tortuosa. Un lascito impone che ogni anno, la domenica più vicina a San Martino, la conclusione dell'annata agraria, venga distribuito un mestolo di minestra di fave a ciascun abitante, chiamando all'appello ogni famiglia che si presenta con il suo pentolone, poi fave e festa per tutti, sul sagrato della Pieve romanica.

Era quindi il novembre del 2015 quando vidi Francesca al banchetto di Hanuman Onlus, allestito appunto in occasione della festa, mi raccontò delle loro attività e fui colto subito dalla curiosità prima e dall'interesse crescente poi. Mi lasciò con una frase: ti aspettiamo, vedo già che ti luccicano gli occhi.

L'ammissione al Master, insperata e quindi irrinunciabile, mi impose di declinare l'invito per quella primavera, ma Francesca aveva seminato...

 

Prologo 3 

Mi chiamò per chiedermi un'informazione qualche mese fa. Si ricordava che l'anno scorso ero stato lí lí per accettare la sua proposta, ma l'oneroso impegno di un Master me lo aveva fatto declinare. La partenza sarebbe stata in effetti qualche settimana dopo la discussione della tesi, avevo il giusto tempo per prepararmi e definire nel frattempo le prime questioni per il Congresso Provinciale. A differenza di altri periodi della mia vita avevo voglia di condividere il viaggio con Claudia, che in questi mesi aveva tollerato il mio impegno sistematico allo studio, praticamente tutte le sere e tutti i weekend. Lei non si entusiasma subito come me, dovevamo organizzare una serie di impegni per le figlie: sarebbe uscito da lì a breve e con scadenza bruciante il bando per le borse di studio per i soggiorni all'estero. Elisa doveva partire per l'Estonia per un progetto EU di una settimana, ma non si sapeva ancora esattamente quando e come, insomma, una serie di cose ordinarie che però sarebbe stato difficile gestire da lontano.

Le cose comunque si stavano ordinando ed al primo segno di cedimento di Claudia forzai un po' la mano, convinto che, con i suoi tempi, sarebbe entrata anche lei nel viaggio. Qualche minuto fu sufficiente per prenotare i biglietti della Qatar, guidato per telefono da Vitaliano, esitai un po' con il dito sul tasto invio, ma poi premetti: era fatta, si partiva!

 

Day 0 - Venerdì 14 aprile 

Partiamo da Venezia, da sempre la 'porta d'oriente', destinazione Kathmandu, via Doha. I bagagli, facilmente identificabili dagli altri, grazie ai borsoni arancioni, si confondono tra loro rendendo difficile il tetris dei pesi. A differenza del solito la tolleranza é minima, a malapena recuperiamo quei pochi chili che qualcuno ha risparmiato, ma non sono sufficienti: dobbiamo lasciare due borsoni di vestiti in macchina. Il primo tratto del viaggio...vola, il secondo un po' meno, ma ci regala una splendida alba, a cui voliamo incontro.

 

Day 1 - Sabato 15 aprile 

Voliamo verso il futuro: secondo il calendario nepalese Bikram Sambat, ieri era il primo giorno dell'anno 2074, ma già all'aeroporto facciamo un tuffo nel passato, tutti alla ricerca dei moduli per il visto ed appoggiati ovunque per compilarlo, versamento poi alla banca e presentazione al desk per il rilascio del bollo sul passaporto. Preziosi ancora una volta si rivelano i borsoni per recuperare velocemente i bagagli, basta una rapida conta per confermare che è arrivato tutto.

La calorosa accoglienza appena fuori dall'aeroporto dei nostri amici nepalesi ci fa superare indenni l'assalto dei tassisti. Prima di salire sul pullman ci vengono donate delle corone di fiori arancioni e ci immergiamo nel caotico traffico della capitale, complicato ogni tanto dalle vacche che testano la tenuta dei precetti religiosi, che le vogliono sacre. Intorno bici stracariche di merci, carretti, moto con tre o più passeggeri, minibus e camion, che contribuiscono a rendere irrespirabile l'aria già carica di polvere.

Raggiungiamo l'Hotel a piedi, la strada di accesso è interrotta per lavori, l'albergo si trova in un via interna, molto tranquilla rispetto al resto, anche perché siamo praticamente a Thamel, il quartiere commerciale.

Nella hall veniamo accolti con il Nepali Cha,  il the al latte speziato che ci accompagnerà anche nei giorni successivi, come bevanda tradizionale. 

Una breve sosta in camera e poi un primo giro di ambientamento con Mahesh, una delle nostre guide, che ci introduce nella cultura nepalese. Siamo sommersi dai colori, dai suoni e dagli odori, dalla varietà di materiale che viene venduto,  dall'abbigliamento tecnico ai pesci secchi, dal materiale elettrico alle granaglie. 

Prima di cena, per sciogliere i muscoli ancora contratti per il lungo viaggio, ci offriamo un vigoroso ma rilassante massaggio, in un'oasi di pace al quarto piano di un anonimo palazzo. 

Assaggiamo poi il nostro primo Dal Bhat in un ristorante fuori dai giri turistici, un ricco piatto unico a base di riso, zuppa di lenticchie, verdure ed a scelta carne o pesce. 

 

Day 2 - Domenica 16 aprile 

Lasciamo Kathmandu con gli occhi ubriachi di colori, nonostante la polvere che ci accompagna per il primo tratto di strada, a causa di lavori in corso, con lunghe soste e brevi ripartenze, incroci millimetrici per schivare le buche e le cunette,  sfiorando i banchetti lungo la strada. 

Un portale ricorda che da ieri c'è il divieto di suonare il clacson in città, una cacofonia assordante di sottofondo al rumore del traffico. 

Seguiamo la Prithivi Highway, la strada che taglia il Nepal da Est a Ovest, quella più marcata sulla cartina, forse a causa del traffico, una fila interminabile di camion addobbati e dipinti nei modi piú stravaganti,  un misto di dei indú ed iconografia occidentale, gettonati più degli altri Che Guevara e Bob Marley. Tra gli altri ammenicoli esibiti come trofei i copricerchi, fissati sul tetto come fossero scalpi per impaurire i nemici. 

Lungo la strada polverose baracche si spacciano per autogrill. Ci fermiamo ad uno simile agli altri, dove troviamo però dei bagni sorprendentemente puliti. Ne approfittiamo anche per acquistare verdura fresca, scelta direttamente dal nostro cuoco, Mohan, che ci delizierà con dal bhat in tutte le versioni. 

Arriviamo a Benighat dopo circa 3 ore. E' un villaggio come molti altri lungo la strada, case in muratura di ogni foggia. Imbocchiamo a  fatica la stradina che sale verso la collina, anche questa in costruzione, con grossi mucchi di sassi che insidiano il già stretto percorso. Passate alcune case rurali, su una curva sorge Happy Home, una bella e grande casa di mattoni grigi, la casa-famiglia costruita da Hanuman. 

Se Kathmandu ci ha ubriacato gli occhi, l'incontro con i bambini ed i ragazzi della Happy Home ci ubriaca il cuore. 

Gli sguardi dei bambini, alcuni già ragazzi arrivano nel profondo, i loro sorrisi toccano come le loro manine i nostri sentimenti. 

Li conosceremo, impareremo i loro nomi, sia di quelli più esuberanti che di quelli più discreti, raccoglieremo dai nostri amici di Hanuman le loro storie, condivideremo allora con loro la soddisfazione per i buoni risultati scolastici e per la ragazza che ora frequenta medicina all'università, o per Suman, che ora è il direttore della casa famiglia, ma solo come chi é stato uno di loro, quindi direttore, padre, fratello maggiore ed amico. 

Nel pomeriggio, quando il caldo si fa un po' meno intenso, scendiamo a controllare come procedono  i lavori di ricostruzione della scuola di Benighat, gravemente danneggiata dal terremoto. 

Giorgio, il geometra ha il ruolo di tecnico di collegamento tra Hanuman ed i tecnici locali di volta in volta incaricati dei lavori, controlla con scrupolo che i lavori procedano come previsto dal progetto da noi proposto ed approvato dal governo nepalese. 

Mentre girovaghiamo tra il cantiere e i resti della scuola devastata dal terremoto, i ragazzi attirano la nostra attenzione per farci sbirciare all'interno di una stanza. Ci sono due grandi teche di vetro, semidistrutte dal tetto crollato. All'interno di una ci sono una moto ed un casco, dell'altra un kayak, una pagaia ed un giubbotto salvagente: sono i cimeli dell'eroe locale, un campione nazionale di kayak, prematuramente scomparso a causa di un incidente in moto. 

Alla casa famiglia intanto il nostro cuoco Mohan ha cucinato in nostro onore, per arricchire il dal bhat, degli ottimi spaghetti, cotti a puntino. 

Dopocena giochiamo, cosa puó esserci di meglio per entrare in sintonia con dei bambini se non tornare noi stessi bambini? Proponiamo quindi i giochi della nostra infanzia. Tra essi riscuotono più successo uno-due-tre-stella e bandiera. Ci ritroviamo così in una piacevole serata a ridere e scherzare, bambini nepalesi ed adulti italiani, concittadini di un grande meraviglioso mondo che oggi ci piace già un po' di più. 

Mille pensieri si affacciano sul mio letto per darmi la buonanotte. 

 

Day 3 - Lunedì 17 aprile 2017 

Noi occidentali non siamo abituati ad accogliere gli ospiti con un dono. Sará per questo che proviamo una forte emozione, quando veniamo accolti dal preside, dagli insegnanti e da alcuni studenti della SHREE CHANDRODAYA MULTIPLE COLLEGE, che ci cingono il collo con sciarpe di seta arancioni e ci offrono dei mazzetti di fiori e fili d'erba, petali, accompagnati da sinceri Namastè. 

E' questa la scuola più grande sostenuta da Hanuman, quasi 800 ragazzi e oltre 30 insegnanti, guidati da un preside ultrasettantenne che Francesca definisce “illuminato”. Nella scuola da quest’anno è stato inserito un corso di agricoltura, per sostenere il passaggio dalla coltivazione del riso a quella piú redditizia della verdura, ma lui ha imposto una linea “organica”, senza l'utilizzo di chimica. 

La scuola è ben tenuta, ma a causa del terremoto del 2015  una parte è inagibile ed i ragazzi fanno i turni, a partire dalle 5:30 di mattina. Oltre al sostegno per gli interventi strutturali viene avanzata anche la richiesta di sostituire i computer donati da Hanuman ormai obsoleti. 

Ci spostiamo poi alla SHREE BUDDHI BIKASH BASIC SCHOOL, una scuola di base per bambini dai 5 ai 13 anni. Ci accompagna un insegnante d'inglese ex ragazzo di Hanuman, che anche nella scuola precedente teneva il verbale dell'incontro, sul quale chiede venga apposta anche la nostra firma. Qui regaliamo al direttore quaderni e materiale scolastico, ma é alla piccola scuola RATO MATO (=terra rossa) che troviamo tutti i bambini (e i genitori) ad accoglierci. La scuola è abbarbicata sul pendio di una collina e si raggiunge solo dopo un breve ma ripido sentiero. Anche qui corone e mazzetti e petali di fiori rossi e fucsia. Ci assiepiamo tutti all'interno di una delle  piccole aule, banchi di legno e pavimento in terra battuta. Il preside avanza delle richieste di intervento, Francesca, prudentemente, chiede che venga preparata una relazione scritta. Il preside si impegna a prepararla ed a parlare con i responsabili delle scuole ed i capi delle comunità. 

Scendiamo un po' accaldati lungo il sentiero e quindi accogliamo con entusiasmo la proposta di fare rafting, visto che non sono previste altre visite nel pomeriggio. 

Dopo pranzo ci portano quindi al Trisuli Riverside Camping, con campeggio a tende fisse e bungalows sulla sponda del fiume, poco distante da Benighat. E' un posto da frikkettoni, con tanto di murales di John Lennon ed una serie di piacevoli angolini con sedie o sdraio sui terrazzamenti con vista sul fiume. 

La consegna di pagaie, giubbetti e caschetti ed il briefing sono quanto mai veloci, nonostante l'imbarco sia praticamente già su una rapida. 

Le rapide sono brevi ma intense, poi il Trisuli riprende il suo corso sonnacchioso nel fondo della valle, dove noi ci possiamo rilassare a guardare il paesaggio, finalmente senza il rumore e l'odore delle macchine, camion e pullman che talvolta intravediamo sulla strada, che scorre nella valle, ma alta rispetto al fiume. 

Tutto intorno scorci meravigliosi, è un vero peccato non avere la macchina fotografica per immortalarlo, proverò a fare uno schizzo, in particolare dei tanti ponti tibetani che attraversano il fiume, lunghi e alti, con persone che li attraversano, le donne con i sari colorati, un ragazzo in bicicletta, i bambini che si fermano per guardarci passare. 

Laddove non c'è ancora un ponte, basta un cavo ed una grande cesta tirata a braccia per passare da una sponda all'altra. 

Le sponde brulicano di vita. Il fiume fornisce materiale da costruzione, sabbia e pietre lavorate in grandi cave o semplicemente caricate con la pala sui rimorchi dei trattori spinti fin dentro l'acqua. Il fiume fornisce cibo, piccoli saporiti pesciolini che vengono essiccati e venduti nei chioschi infilati in bastoncini di bambú, pronti per essere fritti. Ancora, il fiume fornisce l'acqua per lavare i panni e per lavarsi. 

All'approdo si intravede già dalla riva la sagoma arancione del nostro pullman tra le case, dove Bigendra, il nostro autista e Mahesh la nostra guida-traduttore ci aspettano. 

Dopo l’ottima cena a base di dal bhat con pollo e pesce fritto, raduniamo tutti i bambini e con una piccola cerimonia consegniamo dei doni personalizzati a ciascuno, sottolineando i risultati scolastici, già nella media buoni, con alcune eccellenze, in particolare i piccolini Sushila e Janak, ma più di tutti Bikram, con una media eccezionale del 96% (percentualmente). Quella del percentualmente sará una battutta che ci rincorrerà per tutto il viaggio: la fa involontariamente Mahesh in un traduzione, cento per cento percentualmente e noi a trattenere le risa visto che era in un contesto formale. 

Pensando ai ragazzi e ai loro risultati scolastici, non certo scontati, ma chiave di volta della loro esistenza, mi salgono le lacrime, pensando quanto quello che Hanuman sta facendo per loro, possa effettivamente dare loro l'opportunitá di avere una vita migliore, che trascinare a fatica pesantissime gerle sui sentieri tra il villaggio e la città. 

Ancora sono loro, con il loro entusiasmo nei semplici giochi che proponiamo, che mi riportano la serenitá.  

 

Day 4 - Martedi 18 aprile 2017 

Partiamo oggi, adulti e ragazzi, con due pick up Mahindra bianchi, io in piedi sul cassone di uno, Claudia più sicuramente seduta in cabina sull'altro. 

Il breve tratto fino alla strada asfaltata è solo un piccolo assaggio di quello che ci aspetta: pochi chilometri dopo, l'abbandoniamo definitivamente per due ore di sballottamenti, ambedue le mani strette fino a sbiancare le nocche sui traversi di ferro, con la strada che si inerpica sulle colline, passaggi da fuoristrada puro, sull'orlo di strapiombi, difficile anche solo togliere una mano per scattare qualche foto, impossibile provare ad inquadrare il paesaggio intorno, il cui fascino si riesce appena ad intuire, con i terrazzamenti ordinati ed i contadini che lavorano la terra con gli aratri ed i buoi. 

Riusciamo a passare a fatica con alcune manovre a fianco di un camion con un gruppo di operai che stanno sistemando la strada, chissà com'era prima! 

Arriviamo alla SHREE RICHOK IRANG LOWER SECONDARY SCHOOL, la scuola è stata danneggiata dal terremoto e urgono i lavori di ristrutturazione. 

Fare foto é anche una buona scusa per me per girare tra le aule, riprendere un'utile tabella con i numeri in Nepali e all'occidentale, che come spesso vedremo, è dipinta direttamente sul muro.

In un'altra aula trovo un poster con i National Luminaries of Nepal, che i nostri ragazzi mi illustrano, soffermandosi sulla figura di Pasang Lhamu Sherpa, la prima donna a salire l'Everest, eroina del Paese. 

Mentre i vertici di Hanuman e i rappresentanti locali proseguono la discussione, organizziamo una affollata e confusa partita a bandiera, con i nostri ragazzi che coinvolgono i loro compagni locali. 

Ancora un tratto in pick up, breve ed intenso e arriviamo alla SHREE HARKAPUR SECONDARY SCHOOL, la scuola è stata inaugurata lo scorso anno ed è molto ben tenuta. E' un edificio a forma di L sotto degli alti pini con pigne gigantesche, che i ragazzi si divertono a raccogliere. Come al solito con il mio “lasciapassare fotografico” mi sento libero di curiosare in giro. In una classe trovo persino, appesa in bella vista, una scheda con le principali formule matematiche, mi sembrano seno e coseno, comunque simili a quelle che vedo sui quaderni di mia figlia in terzo liceo: la matematica, un linguaggio davvero universale, un linguaggio che però giá io non padroneggio, perlomeno a quel livello. 

Mi avvicino alle nostre macchine per capire meglio come possano reggere a tali strade, forse grazie alle balestre in acciaio, non certo alle gomme, ormai alla tela, senza alcuna traccia di battistrada. Mi chiedo in particolare se l'anteriore destra della mia potrà reggere alle sollecitazioni, augurandomi nel caso decidesse di afflosciarsi lo faccia gradualmente e in una condizione gestibile! 

Qui ci viene offerto un buon dal bhat, riscaldato in un'improvvisata cucina allestita in un'aula, dove anche mangiamo, appoggiati ai banchi. 

Ancora un breve trasferimento, la ruota regge, sarebbe stato meglio non averla vista... Raggiungiamo la SHREE HARKPUR LOWER SECONDARY SCHOOL, piú piccola delle altre, ma anch'essa sul crinale della collina, cosicché sia facilmente raggiungibile da ambedue i versanti. Qui é sufficiente un breve incontro con il dirigente per un rapido aggiornamento sullo stato dei lavori da fare. 

Risaliamo sui pick up per un breve trasferimento, dando per un tratto un passaggio ad un gruppo di donne che si stringono con noi sul cassone. Su una curva, in mezzo ad un gruppo di case, passiamo a fianco di un basso edificio adibito a chiesa cattolica, la bandiera crociata che sventola, molto più fuori luogo che le frequenti bandiere con falce e martello che troviamo su alcune case dei villaggi che attraversiamo. 

Le jeep si fermano poco sopra una piccola scuola in una splendida posizione, la SHREE BAIRABI PRIMARY SCHOOL. La scuola é talmente piccola che la troviamo chiusa, tetto e muri in ordine ma erba un po' alta nel cortile. 

Da qui parte il sentiero che ci porterà direttamente alla Happy Home. Le jeep scendono invece percorrendo la strada a ritroso e imbarcando i più piccoli. Il sentiero é ripido con un insidioso brecciolino che fa spezzare il gruppo in due, Mahesh da brava guida segue i più lenti, provvidenziali i bastoncini, che condivido con Donatella. Soffermarsi ogni tanto a godere del paesaggio non è solo una scusa, merita davvero, intorno piccoli gruppi di case abbarbicate sulla collina, tutta lavorata con piccoli terrazzamenti dove si coltivano verdure e banani. Là sotto si intravede il greto del fiume, che raggiungiamo dopo circa un'ora. Da un po' di tempo osserviamo dall'alto un gruppo di ragazze che lavano i panni, chissà cosa penseranno quando all'improvviso si vedono passare a fianco un gruppo di occidentali accaldati, visto che questo primo tratto di sentiero è stato sotto il sole cocente. Breve sosta, quindi, anche noi al fiume per rinfrescarsi un po', facile guado e conquistiamo l'altra sponda, all'ombra e appena digradante in discesa, quindi molto più piacevole. Dal fiume parte un lungo canale d'irrigazione, parte scavato direttamente nella roccia, parte realizzato in cemento, lo seguiamo, in equilibrio sull'argine, perchè porta l'acqua direttamente nei campi sopra la nostra casa.

Poco prima raggiungiamo il gruppo che ci aveva preceduto e ora si gode l'ospitalità della famiglia di Ravi, uno dei riferimenti nepalesi di Hanuman, che ora vive a Kathmandu e fa il web designer. Un bel bicchiere di limonata è proprio quello che ci voleva dopo la piacevole ma lunga camminata. 

Dopo la doccia cerco un angolo tranquillo per fissare sulla carta le emozioni della giornata. A fianco della casa, addossato sul muro di cinta, c'é un bell'albero, circondato come spesso vedremo nel corso del viaggio, da una piattaforma di cemento. In questo caso è semicircolare e forma una piccola scalinata, su cui é piacevole sedersi. 

Riesco a scrivere qualche riga, poi mi si avvicina Neera, chiacchieriamo un po', le chiedo di farmi un disegno per il diario, lei é sempre riservata, tutto il contrario dell'esuberanza di Sushila che ci raggiunge e gioca con la macchina fotografica. Del diario per ora non se ne parla, poco male, se non si vive non si scrive. 

Arrivano anche Claudia e Mahesh. Oggi Mahesh è in vena di raccontare storie, basta dargli il lá, ne ha vissute tante nei suoi 35 anni di guida. Gli chiediamo degli alpinisti italiani. Ci confermerà che ha conosciuto Messner, ci racconterà la versione nepalese, indubbiamente secondo lui l'unica originale, dei problemi qualche anno fa di Simone Moro con gli sherpa. Mahesh non si lascia pregare e colto il nostro interesse per gli aneddoti bizzarri, ci intrattiene su ció che accade e viene tollerato durante le numerose feste, raccontando di come abbia salvato una fotografa invadente dalla furia di un personaggio mascherato, spingendola di forza dentro una casa e chiudendo la porta un attimo prima che la spada del santone infuriato la colpisse, facendo si che la porta di legno diventasse uno scudo su cui l'arma si conficcò. 

A cena do il lá a Vitaliano, Francesca ed Irene per raccontarci della nascita di Hanuman. Francesca racconta un episodio, accaduto durante uno dei tanti loro viaggi. Erano in Tibet, infreddoliti percorrevano un sentiero isolato quando incrociarono un bambino, con pochi abiti strappati e le scarpe di un'adulto, le guance rosse per il freddo. Vitaliano gli fece una carezza e il sorriso del bambino fece scattare la scintilla che coverà per ore durante un lungo trasferimento in auto. Era necessario fare qualcosa. 

Il libro fotografico Volti d'oriente, scritto da Vitaliano ed edito da Baldini e Castoldi, di cui custodisco fieramente una copia riesumata dalla libreria proprio in occasione di questo viaggio, frutta un importante raccolta fondi, donati ad Emergency, ma non basta, occorre qualcosa di più, occorre fare qualcosa direttamente. Navigando su Internet si imbattono in Co.y.on, un'associazione giovanile nepalese che aveva messo in piedi un progetto per dei semplici cartelli da installare lungo la strada principale, per invitare i camion a rallentare ed evitare che venissero investiti i bambini dei villaggi lungo la Highway. Era la concretezza che cercavano. Nel 2004 partono con un primo carico, vestiti revenienti da una donazione. 

Poi le prime scuole, con l'approccio che stiamo cominciando a conoscere, fare gli interventi laddove il Governo non arriverebbe, lo abbiamo visto oggi con la disposizione delle scuole, sperdute tra le colline, evitare di passare per dei ricchi benefattori che elargiscono denaro senza preoccuparsi del suo utilizzo, investire sul lungo termine, sul futuro e quindi sull'educazione, selezionare i volontari... e noi siamo stati accettati, capiamo che non é cosa cosi scontata...

 

APRILE 2017 SECONDA PARTE

 

by Marco M.

 

Day 5 - Mercoledì 19 aprile 

Saliamo sui pick up anche oggi, un'ora buona su una strada forse peggiore di quella di ieri, per fortuna stamattina il nostro autista ha cambiato la gomma ormai consunta.

In prossimità del villaggio i bambini ci inseguono per avere un passaggio verso le scuola, gli autisti rallentano un po' ma non si fermano, mentre loro corrono, corrono, corrono.... Uno resta indietro ma non desiste, noi lo incitiamo e alla fine, quando arriva a portata di braccia, riesce a salire con il nostro aiuto, come con il nostro aiuto speriamo possa salire sul treno del suo futuro. Oggi ha la camicia della divisa scolastica impolverata e una manica scucita, domani chissá...

Anche oggi una full immersion nel Nepal rurale, case di sassi e argilla sparse sulle pendici delle colline, terrazzamenti di pietra per renderne coltivabili i ripidi fianchi.

Visitiamo la SHREE JANAGAUN PRIMARY SCHOOL. Distribuiamo quaderni, penne, matite, gomme e temperini, oltre che un paio di sacchi di abiti. Alcuni, soprattutto quelli da adulti sono assai improbabili, é la moda che determina lo scarto, mentre quelli dei bambini, inutilizzati per la crescita, sono ancora attuali. Alla fine comunque ognuno riceve qualcosa.

All'interno di un'aula ci offrono patate speziate e frutta, mele e banane. Non ci sono le posate, in Nepal mangiare con le mani è normale. Come cortesia nei nostri confronti, ci sono degli stuzzicadenti.

Anche qui mi diletto a raccogliere scatti significativi, soprattutto volti di bambini piccoli e di donne. Delle donne mi piace l'eleganza, la cura ed il gusto con cui abbinano il kurtha, camicia lunga con lo spacco sui fianchi e pantaloni, accostamenti armoniosi anche quando sembrano arditi. Dei bambini sono gli occhi che mi attirano, occhi scuri e profondi, occhi che ti sembrano toccare... Claudia riassume splendidamente, una frase che vale il viaggio, occhi che ti guardano dentro!

Oggi l'umiditá e la nebbia mattutina non vogliono mollare, anzi il cielo é sempre più grigio. Qualche goccia passeggera ci aveva appena sfiorato durante il primo tratto di strada in auto, ma è quando abbandoniamo definitivamente le jeep per proseguire a piedi che prendiamo un primo scroscio di pioggia. Ci rifugiamo accalcati sotto la tettoia di una casa per qualche minuto, poi sembra calare e ripartiamo. Scolliniamo sull'altro versante e la pioggia ci raggiunge ancora, qui troviamo riparo sotto un albero. Breve anche questo secondo scroscio, ma sufficiente per rendere infido e scivoloso il già difficile sentiero. Restiamo un po' indietro, assieme ai ragazzi che portano un borsone carico di vestiti. E' stupefacente la loro capacità di restare in equilibrio con la ciabatte infradito sulla roccia umida, mentre le nostre scarpette tecniche in goretex con le suole in vibram scolpita si rivelano del tutto inefficaci, tanto che un paio di volte scivoliamo, senza nessuna conseguenza se non un po' di fango sui vestiti. Mi piace seguire con lo sguardo e con l'obiettivo il borsone arancione, che si muove tra i terrazzamenti, spesso camminando sul bordo dei muretti, unico riferimento tra il verde. Sapevamo che il sentiero oggi sarebbe stato difficile, quindi chi non se la sentiva era rimasto all'Happy Home, ma poi alla sera ci riveleranno che anche nel “gruppo di testa” qualche volo c'è stato.

Il tetto blu della SHREE BASANTA PRIMARY SCHOOL, dipinto di fresco, fa capolino tra gli alberi al termine di un'ultima difficile discesa. La scuola si trova sul crinale della collina, al termine di una strada sterrata, che poi vedremo essere in fase di allargamento. Tre grandi alberi proteggono il vialetto d'ingresso che immette nel cortile, dove il preside ha trattenuto i bambini schierati per augurare in coro anche a noi ultimi arrivati il prezioso Namasté.

Questa scuola è stata profondamente colpita dal terremoto del 2015 e oggi, a quasi due anni, viene re-inaugurata. I muri sono dipinti di fresco, tutto è ordinato, i bimbi si siedono sui banchi portati fuori per l'occasione. Il preside fa un breve discorso, scusandosi perché la festa non è più partecipata, ma la maggior parte degli adulti sono impegnanti nel lavoro sui campi o a risistemare le case. Viene quindi il momento della distribuzione dei regali, i quaderni che ci siamo portati sulle spalle per circa un'ora, il sacchettone che avevo io con penne e matite, il borsone dei vestiti.

La scuola è molto bella, ci sono circa 40 bambini, classi dalla nursery (la nostra scuola materna) alla terza, ma solo 2 insegnanti. Ci raccontano che ci sono molti Dhalit, i più poveri, e che servirebbe anche un programma di sostegno alimentare. Vedremo in futuro come darvi seguito. Il ritorno è una piacevole passeggiata in discesa lungo un'ampia strada in costruzione, che dovrebbe collegare l'Highway con il Chitwan, accorciando di quasi un'ora l'attuale percorso, una strada importante ma che causa una lunga e profonda ferita sul fianco della collina.

Su una curva ad un kilometro dalla Happy Home, sotto un grande ficus benjamin, c'è un tempietto dedicato alla dea Khalí, povero, ma costruito su una terrazza il cui muro di cinta è decorato con simboli religiosi, tra cui la svastica rivolta ad ovest, che a noi fa sempre una certa impressione. 

La cena è sempre una bella occasione per chiacchierare e per soddisfare le nostre curiosità o ascoltare i tanti aneddoti di tutti questi anni di attività di Hanunan. Irene ci racconta la storia di Neera, che abitava con dei parenti in un villaggio sperduto nella giungla ed era stranamente reticente a venire alla casa famiglia. Solo dopo qualche tempo se né scoprí la ragione: al villaggio dove accudire il fratellino Bikram. La convinsero solo accogliendo anche lui, allora non scolarizzato, oggi tra i più bravi e per il terzo anno consecutivo il primo della scuola.

 

Day 6 - Giovedì 20 aprile

Si parte presto: la strada tra Mugling ed il Chitwan è aperta solo fino alle 10:00, perché ci sono grandi lavori in corso, quindi alle 7:30 siamo giá sul nostro pullman arancione. Prima ancora della deviazione c'è una lunga coda, si prosegue a singhiozzo. 

Da Mugling in poi, dove abbandoniamo la Prithivi Highway, per andare verso sud, la strada è una lunga serie continua di cantieri. Il traffico è giá caotico di per sé, essendo una delle principali vie da e verso l'India. Vi sono trasportate tonnellate di merce, caricate alla belle meglio sui variopinti camion. Oltre a ciò si aggiungono ogni tipo di mezzo per lavori stradali: qualche ruspa, mezzi meccanici, ma soprattutto molti operai con carretti e carriole.

Lavori in corso uguale polvere. Polvere più pioggia uguale fango. Basta un breve scroscio di pioggia per trasformare la strada in una striscia di melma. Anche qui improvvisi blocchi del traffico, magari dovuti semplicemente al rallentamento di un camion per fermarsi ad uno dei tanti baracchini lungo la strada, dove tutto è coperto di polvere e le pentole bollono su ingegnosi focolari d'argilla. 

Stamattina al solo pensiero che le nostre figlie si stavano alzando per andare a scuola mi prende un groppo, mi schiarisco la gola attribuendo la responsabilità alla polvere e mi accontento di un saluto via Whatsapp.

Dopo circa tre ore e mezza facciamo una breve sosta, anche noi ad un baracchino di lamiera a bordo strada, dove compriamo patatine e bibite, una deliziosa Champa Lemon fresca. Ancora mezzora di strada e raggiungiamo Bharatpur.

L'accoglienza alla SHREE JANAJEEVAN HIGHER SECONDARY SCHOOL è pomposa, con tanto di altoparlante che annuncia il nostro arrivo, striscione sul cancello d'entrata ed insegnanti a donare sciarpe di seta, mentre gli alunni ci regalano collane e mazzetti di fiori. 

La scuola è costituita da due edifici su un grande prato recintato. Sono in corso lavori di riammodernamento grazie ai pochi fondi governativi e viene richiesto l'aiuto ad Hanuman, per integrare la conclusione delle opere. Nello specifico il Preside chiede un aiuto per realizzare i bagni e la biblioteca, magari anche dei computer... Più toccante il discorso del Presidente del Comitato, “non siamo solo noi a ringraziarvi, è anche Dio che vi ringrazia...” e conclude dicendo “che la vostra azione possa andare avanti non solo per il Nepal, ma per il mondo intero”. Francesca spiega che fatte salvo le priorità degli interventi post terremoto, è certo nostra intenzione aiutarli.

In particolare propone di contribuire alla sistemazione della biblioteca dedicandola ad una loro amica prematuramente scomparsa in un assurdo incidente in montagna: percorrendo un sentiero facile ma esposto, incrocia un altro escursionista che perde l'equilibrio, si aggrappa a lei e la trascina giù per un dirupo!

L'incontro si conclude con l'offerta di bibite e frutta e la consegna di copie del calendario della scuola, che riporta le foto della visita dello scorso anno.

Ci spostiamo di una decina di chilometri per raggiungere uno degli ingressi del Parco Nazionale del Chitwan, dove abbiamo prenotato un'escursione a dorso d'elefante.

Poco dopo l'ingresso del parco ci sono una serie di recinti con delle piattaforme di legno che consentono ai turisti di salirci, dopo un primo tentativo sbagliato imbrocchiamo il recinto giusto, dove ci sono già gli elefanti che ci aspettano. Visto che siamo in cinque, io, Claudia, Alessandro, Marcella e Donatella e che su ogni elefante si sale al massimo in quattro, per ragioni fotografiche io e Claudia ci dividiamo su due elefanti diversi. Io mi aggrego ad una coppia di giovani ucraini con la loro guida nepalese. Sul dorso dell'elefante è fissata una grande tavola di legno con una piccola balaustra, si sale a cavalcioni della staffa angolare e ci si tiene al corrimano. Testiamo giá salendo la solidità e la forza dell'animale, che non fa una piega quando per salire mettiamo il piede sul suo dorso. L'elefante docile al primo comando del conducente parte dondolando. 

Ci inoltriamo per la giungla passando a guado il fiume, da dove partono alcune canoe, modalità alternativa per visitare il parco. Ben presto veniamo catturati dai rumori degli animali, il richiamo degli uccelli, il passo pesante del pachiderma ed il fruscio dei rami che sposta. 

Proseguiamo così nella giungla per un paio d'ore, immersi nella natura, che incurante della nostra presenza prosegue nella sua quotidianità: un'esperienza appagante, anche se indubbiamente turistica, anche nel costo.

Ritroviamo gli altri del gruppo ad attenderci nei pressi di alcuni baracchini di artigianato locale, dove non solo si vende ma si produce. Un intagliatore è all'opera, curioso ed efficace il modo con cui tiene fermo il pezzo di legno, da cui sta emergendo la figura di un elefante, tenendolo stretto tra i piedi, essendo le mani occupate da scalpello e martello di legno. Dall'altra parte della strada un vecchio intreccia oggetti in paglia, con un'abilità impressionante, tanto più quando ci rendiamo conto che è completamente ciecoSi sono fatte le 17:00, la strada riapriva alle 16:00, il traffico pesante dovrebbe essersi già mosso... speranza vana! Se l'avessimo saputo non avremmo fatto tutte quelle soste in città per cercare delle valvole idrauliche per la Happy Home. Poco dopo l'imbocco della strada per Mugling infatti ci fermiamo per un incidente per oltre mezzora e da lì in avanti sarà pesante in tutti i sensi, viste le dimensioni dei camion e la loro fila interminabile, che il nostro autista Bigendra supera con sorpassi millimetrici e rientri all'ultimo secondo, seguendo un codice per noi oscuro di colpi di clacson e fari abbaglianti quando scende la notte. Ci porta comunque a Benighat sani e salvi, a dir la verità un po' shakerati, per le condizioni della strada e per la durata del viaggio, piú di quattro ore e mezzo! Sembra di aver fatto centinaia di chilometri, invece erano poco più di ottanta!

Una giornata così intensa merita il tempo che dedico alla scrittura prima di crollare addormentato.

 

Day 7 - Venerdì 21 aprile

C'è fermento tra i ragazzi: oggi si parte per la gita di 3 giorni. Tre bus ci aspettano, saremo più di 100 persone.

Per molti di noi è l'ultimo giorno all'Happy Home e vogliamo lasciare la casa in ordine, per cui ci facciamo coinvolgere volentieri nelle pulizie.

Nel frattempo lo staff di Hanuman si è riunito per una serie di questioni, chiamando qualche ragazzo singolarmente, Neera per esempio, che esce felice ed emozionata. Francesca ci spiegherà che le avevano fatto presente che il giorno prima avevamo incontrato per strada la cugina, con una pesante gerla sulle spalle, anche lei avrebbe potuto venire alla Happy Home, ma non l'aveva accettato. Ora Neera era qui, in un casa confortevole, dove poteva studiare, mentre la cugina si spezzava la schiena sotto il suo carico pesante... 

Francesca ricorda a tutti i ragazzi la fortuna di stare lì, fortuna da meritarsi ogni giorno e da ricambiare quando saranno grandi, collaborando quando possibile, con Hanuman. Annuncia poi che per dare maggiori prospettive lavorative organizzeranno dei corsi professionalizzanti (computer, cucito, idraulico, elettricista, ...).

Non mi ricordo come si arriva al discorso, ma mi colpisce l'aneddoto che racconta Ravi, relativo al grande poeta nepalese Laxmi Prajad Devkota. “Un giorno ad un incontro di poeti in India, si era presentato con l’abito tradizionale nepalese,  mentre tutti gli altri erano elegantemente vestiti in giacca e cravatta. Durante una pausa viene offerto a tutti un tè, ma il poeta nepalese  viene snobbato perché vestito male. Il giorno dopo si presenta in giacca e cravatta e quando gli offrono il tè intinge la cravatta nella tazza. Tutti lo guardano con stupore  e lui commenta “questo tè è per la mia cravatta, se fosse stato per me l'avreste offerto anche ieri!”

Prima di partire le foto di gruppo di rito, tutti assieme davanti all'ingresso della Happy Home: noi, i ragazzi della casa-famiglia, tutti gli altri ragazzi e ragazze in adozione a distanza che abitano con la loro famiglia nei villaggi nelle vicinanze. 

Saliamo tutti sul nostro pullman arancione, già carico dei nostri bagagli. Siamo stipati all'inverosimile, in tre su ogni sedile e gli altri in piedi. Ci guardiamo perplessi e solo all'arrivo alla strada asfaltata a Benighat capiamo che è una sistemazione provvisoria, ci sono altri due pullman e gran parte dei passeggeri scende per sistemarsi su quelli. 

La prima parte del viaggio è scorrevole, la strada è in buone condizioni e c'è poco traffico. La via corre al fianco del fiume Trisuli, lungo le cui sponde si sussegue un mosaico di appezzamenti coltivati a riso e verdure, ciascuno di una sfumatura di verde diverso, con contadini e contadine con i loro vestiti colorati che lavorano o si riposano sotto l'ombra degli alberi. Spesso il paesaggio cambia e lascia spazio a gigantesche cave di sabbia e ghiaia scavate dal fiume, grigie e polverose. 

Il traffico si intensifica nelle vicinanze del Nagh Dhunga, il serpente di roccia, il passo che immette nella piana di Kathmandu, si blocca. Proseguiamo dunque a rilento nei sobborghi della città. Per aver vissuto per qualche giorno la quiete dei villaggi, essa sembra ancora piú caotica e soffocante.

Arriviamo alla fine dopo quasi cinque ore all'Allied Hotel, gestito da  un amico di Hanuman, dove dormiranno i ragazzi. Ceniamo a turno con loro sul lungo tavolone da una ventina di posti. Poi rientriamo all’Holy Himalaya, il nostro hotel.

 

Day 8 - Sabato 22 aprile

Giornata lunga e pesante, con oltre 11 ore di pullman per circa 230 km. Partiamo alle 7:00 di mattina di un giorno festivo, quando ancora il traffico della città è accettabile, lunghe code vi sono solo ai distributori di benzina, il cui approvvigionamento sembra sia diventato un'arma elettorale per screditare il governo, in vista delle elezioni politiche che si terranno da qui ad un mese.

Raggiungiamo facilmente il punto di ritrovo con gli altri due pullman, in un piazzale sterrato a fianco dell'aeroporto, dove si esercitano alla guida aspiranti autisti e motociclisti, location ideale per imparare a schivare le buche e le profonde pozzanghere delle strade nepalesi.

Risaliamo la valle di Kathmandu attraversando un'area ricca di fabbriche di mattoni, con i grigi mattoni crudi ad essiccare, prima di essere cotti nelle fornaci e assumere quindi il colore che conosciamo ed essere impilati in grandi ammassi ordinati lungo la strada.

Poco prima di scollinare, nei pressi di Sanga si intravede nella foschia la Kailashnath Mahadev Statue, la statua di Shiva piú alta del mondo (e la quarta statua piú alta al mondo in assoluto, 44 metri), che dal 2010 protegge la Valle di Kathmandu.

Per il viaggio i bambini sono stati muniti di pillole contro il mal d’auto, in questo caso di bus, e di sacchetti di plastica, ma i primi danno giá qualche segno di cedimento, proseguiamo comunque per un paio d'ore prima di fermarci ad uno dei tanti baracchini lungo la strada. Guide ed autisti ne approfittano per rifocillarsi, raccolgo l'invito di Vitaliano ad imitarli, con un piatto di ottimi ceci e saporite patate al curry, accompagnate da chapati, il pane tipico della cucina indiana ed asiatica, tondo e sottile. Vitaliano mi sfida poi ad assaggiare delle caramelle al curry, non mi tiro indietro e cerco di classificare quel sapore indescrivibile, ma non del tutto malvagio.

Poco prima di mezzogiorno raggiungiamo Ramechapp, dove ci fermiamo a mangiare al White House, un ristorante hotel lungo la strada principale frequentato dai locali e dove con estrema velocitá sfamano tutti i nostri ragazzi. Per noi grandi, oltre al consueto dal bhat, dei saporiti pesciolini fritti.

Riprendiamo la strada seguendo per un po' il corso del fiume, il cui letto sassoso durante i monsoni raddoppia e copre tutto il fondo valle. La strada è stata sistemata di recente, con buon asfalto e lunghi tratti di muraglioni contenitivi, che si rivelano già insufficienti: un breve tratto è interrotto da una frana e la strada provvisoria torna ad essere una pista fuoristrada dal ciglio cedevole, che si inerpica ripida sulla collina. 

Superato questo tratto, una serie infinita di tornanti ci riportano in quota, fino ad un passo, dove ci fermiamo. Con una breve passeggiata raggiungiamo la fortezza di Sindhu Ghadi, dove nel 1822 i nepalesi sconfissero gli inglesi, in una battaglia, divenuta epica, quando, finite le munizioni, i nepalesi scagliarono contro gli invasori pietre e favi d'api. Restano solo i basamenti dei bastioni, ma ci si riesce ad immaginare i terribili gurkha respingere gli assalitori.

Questa strada, 158 chilometri di lunghi e tortuosi tornanti, è stata costruita con l'aiuto del Governo giapponese e prende il nome dal precedente leader del Nepal, Bishweshwar Prased Koirala, in breve B.P. Koirala Highway. Da molti è definita la più bella strada del Nepal, ma da qualcuno la più pericolosa. 

Il paesaggio gradualmente muta, raggiungiamo la pianura, i fitti alberi lasciano spazio ad ampi campi coltivati, ovunque gente al lavoro e nei villaggi, agli incroci, fervidi mercati. I colori sono talmente sgargianti che  neppure la polvere delle strade riesce a spegnerli. La voglia di catturare con lo sguardo o la macchina fotografica i mille fotogrammi che scorrono dal finestrino, mi fanno vincere la stanchezza che ormai ci sta fiaccando.

Infine, dopo undici ore di viaggio, arriviamo a Janakpur, ma veniamo immediatamente inghiottiti dal traffico, complici i lavori in corso. Le principali strade sono sventrate per la costruzione della fognatura, le altre invase da mezzi di ogni tipo e, a suggellare la vicinanza con l'India, decine di mucche. In attesa della conclusione dei lavori le fognature sono a cielo aperto, scorrono a bordo della strada, mescolandosi a sporcizia e rifiuti.

Ci incastriamo con il pullman un paio di volte. In queste occasioni entra in funzione un efficace sistema di sensori di parcheggio umani, che attraverso un codice indecifrabile di fischi e pacche sulla carrozzeria segnalano quanto spazio di manovra rimane.

Alla fine imbrocchiamo la strada giusta e arriviamo all'Hotel Welcome, la nostra sistemazione a Janakpur. Ultimo ostacolo resta quello di alzare un fascio di cavi della corrente per riuscire a far entrare il pullman nel cortile dell'albergo. La facciata è moderna, con specchi blu e anche la hall è nuova ed accogliente, un po' meno invece le camere, ma dopo undici ore di viaggio non ci facciamo molti problemi. 

Il dal bhat della cena è accompagnato da una buona pasta, lo innaffiamo con una birra Gurkha. Dopo cena non resistiamo ad andare a dare un'occhiata al Janaki Madir, il tempio sacro, affollato anche la sera, a pochi passi dall'hotel. Qui c'è un continuo andirivieni di pellegrini, che dribblano le mucche, i venditori ed i mendicanti che si affollano sul sagrato. L'edificio di marmo bianco è ricco di decorazioni multicolori, domani le potremo apprezzare meglio.

 

APRILE 2017 TERZA PARTE

by Marco M.

 

Day 9 - domenica 23 aprile

Una prima notizia ci sconforta: partiamo con i pullman e non a piedi come avevamo sperato.

Un'oretta attraversando la sempre affascinante campagna, ma essendo seduto interno preferisco farmi raccontare da Mahesh la leggenda dei luoghi che visiteremo e cercare di comprendere la complessa gerarchia degli dei indú, che sono trentatrevirgolatre milioni, uno e mezzo per ciascun abitante del Nepal!

Prima tappa Dhalusha, dove si dice ci siano i resti dell'arco gigante che solo Rama seppe tendere, condizione che Shiva chiedeva per scegliere chi poteva sposare la figlia Sita. L'arco andó poi in tre pezzi, uno un cielo, uno agli inferi e l'altro restó li sul terreno. 

Sotto un gigantesco ficus, incluso ora in un edificio con il tetto in lamiera da cui spunta il tronco, c'è in effetti una strana conformazione rocciosa. Tra le radici si intravede uno strano buco senza fondo, oltre alla guida venuta con noi da Janakpur c'è un sacerdote che spiega ai ragazzi la storia del luogo e poi li benedice con il tilaka, il caratteristico segno rosso sulla fronte, dando loro inoltre da bere  con un minuscolo mestolo dell'acqua benedetta. Tutto è molto povero ma alquanto suggestivo, l'albero è particolarmente grande e si dice che abbia oltre cinquecento anni, ma la leggenda dell'arco risale a molto molto prima. 

Ci spostiamo di qualche chilometro, sfiorando una grande vasca con al centro un monumento a forma di serpente per fermarci ai bordi di una più piccola a Mani Madap, il luogo dove si sarebbe celebrato il matrimonio tra Shita e Rama. Qui c'è solo una piattaforma con un piccolo tempietto, ma le persone intorno alla vasca offrono scatti interessanti: una bambina con gli occhi chiari (una foto per la quale alcuni amici benevoli mi lusingheranno paragonandomi al Mc Curry della celebre bambina afgana), un vecchio che intreccia una lunga corda di paglia, bambini che fanno il bagno nella vasca, le immancabili donne con i loro sari colorati. 

A proposito di donne la tappa successiva è il Janakpur Women Development Center, il cui motto è

“empowerment through tradition: la tradizione locale di dipingere è diventata una forma d'arte, l'arte Mithila, molto colorata ed espressiva, tanto che compriamo magliette, dipinti e una bella coperta, appena fatta, tanto che era ancora distesa ad asciugare. Il centro è costituito da un gruppo di edifici disposti a quadrato, con al centro un bel cortile ombreggiato da un grande ficus. Ogni edificio ha la sua funzione, vediamo in uno decorare le ceramiche, in un'altro dipingere le stoffe, in un terzo realizzare i colorati dipinti, il quarto è lo shop dove si possono acquistare i lavori. Forse proprio per ingannare il tempo mentre noi ci dilunghiamo negli acquisti, forse semplicemente per il piacevole sfondo, lo staff di Hanuman ha iniziato nel frattempo a fare le foto di ciascun bambino in adozione a distanza. Il mio arrivo è provvidenziale, la scheda della macchina fotografica è ormai piena e proseguo allora io, un bel modo per guardare negli occhi ciascuno di loro. 

Torniamo per pranzo all'hotel, dove possiamo persino concederci il lusso di un riposino postprandiale.

Nel pomeriggio ci spostiamo a piedi, un lungo serpentone di magliette grigie con i disegni colorati che cerca di non farsi tagliare dal traffico arrembante.

Una breve passeggiata per i vicoli del bazar e arriviamo difronte al Janaki Mandir, il grande tempio/palazzo, a dir la verità abbastanza recente, 1910, costruito in uno stile particolare, l'architettura Rajput, con marmo bianco ed intarsi colorati di altri marmi e pietre, un'insieme armonico, a volte ardito ma non troppo kitsh.

Il luogo di culto è antecedente di secoli alla costruzione del Mandir ed è frequentato da un sacco di gente di ogni tipo, molto religioso o semplicemente curiosa, i giovani in particolare con l'immancabile (anche qui!) cellulare, che vedendo strani stranieri straniti ci chiedono di fare un selfie con loro!

Ci godiamo il bel clima e l'umanità che frequenta il tempio, i ragazzi girano qui e la, speriamo che ci siano tutti quando ci spostiamo in un tempio piú piccolo e meno sontuoso, dove un gruppo di locali sta suonando e improvvisiamo qualche passo di danza.

Proseguiamo la visita dei principali monumenti religiosi della città costeggiando una prima vasca, all'angolo della quale sorge un tempio dedicato ad Hanuman, che scopriamo non ha una sola ma più teste affiancate a forma di scimmia.

Qualche passo ancora e arriviamo ai bordi di una seconda vasca, molto più grande, ai bordi della quale sorgono vari padiglioni. 

Qui ogni sera  alle 19 c'è una cerimonia con musica, manca circa mezzora, ma ci fermiamo volentieri ad attendere, guardando le ombre che si allungano e piccoli serpentelli che emergono talvolta dall'acqua scura e torbida. 

La cerimonia inizia con le abluzioni e la benedizione degli strumenti, poi 3 monaci salgono sulle piattaforme ricavate sulla scalinata che digrada verso l'acqua e iniziano una danza rituale con musica e canti. Nel frattempo si è fatto buio e quando iniziano ad utilizzare dei bracieri l'effetto delle fiamme su di loro ed il riflesso sull'acqua sono estremamente scenografici. 

Non resisto, alla conclusione della cerimonia, alla tentazione di aggregarmi anch'io ai molti che si affannano a prendere la “benedizione del fuoco”, passando le mani prima velocemente sulla fiamma, poi congiungendole come nel tradizionale namastè, infine passandole lentamente sul capo.

Janakpur ci ha regalato un piacevole serata, ceniamo in albergo e poi crolliamo a dormire.

 

Day 10 - Lunedí 24 aprile 2017

Ci svegliamo presto ma la colazione tarda e quindi non riusciamo a partire prima delle 8. La strada in uscita da Janakpur è ancora poco trafficata, così come la la BP HIGHWAY, la strada che sale con una serie infinita di tornanti. Al passo, dove proprio per rifocillare i viaggiatori provati dalla strada si è creato un piccolo mercato, facciamo una breve sosta. Ormai la curiosità per i sapori ha scalzato la prudenza igienica e quindi non ci tiriamo indietro dall'offerta di aluciock, polpette di patate fritte nell'olio di palma e chatpatt, riso soffiato condito con curry e piccoli ceci, dal sapore un po' acceso ma piacevole, serviti in coni di carta da giornale con dei cartoncini quadrati a mo' di cucchiaio.

La strada è ancora interrotta per una frana ed essendo il percorso alternativo a senso unico alternato si è formata una lunga coda, resa meno noiosa dalla presenza di un gruppo di avvoltoi e un paio di aquile che si contendono una carogna sulla sponda del fiume.

Su e giù per la coda venditori ambulanti offrono cibo, soprattutto frutta e grossi cetrioli tagliati in due e conditi con sale e spezie, che tengono su grandi vassoi appoggiati sulla testa, proprio all'altezza dei finestrini dei pullman.

Arriviamo all'Hotel White House, dove pranzeremo, dopo circa 6 ore di viaggio, ma ormai la nostra resistenza ai viaggi è rodata.

Arriva dunque il momento del commiato con i ragazzi. Noi resteremo a Ramechhap, loro torneranno a Benighat via Kathmandu. Ultimo discorso di raccomandazione per i ragazzi, questa gita è una sorta di viaggio premio, i loro risultati scolastici sono buoni, devono continuare così, l'obiettivo per tutti dovrà essere una valutazione del 75%, ben sapendo che non sarà poi interpretato così rigidamente, di lasciare a casa chi non lo raggiungerà. 

Poi i saluti. affettuosi abbracci, strette di mano, buffetti sulle guance, forse un po' frettolosi per non correre il rischio di farci vedere piangere. Fatto sta che non appena partono i loro pullman restiamo tutti per un bel po' in silenzio, nonostante siamo tutti seduti intorno allo stesso tavolo ciascuno è assorto nei suoi pensieri... Li rivedremo? chissà! Certo è che ce li porteremo con noi nel cuore, o forse è un pezzo del nostro cuore che resterà qui con loro...

Appena al di lá della strada, sulla riva del fiume, all'imbocco di un lungo ponte tibetano, sorge la SHREE PASHUPATI PRIMARY SCHOOL. La zona di Ramechhap è stata duramente colpita dal terremoto del 2015 e questa è stata una delle prime scuole ad essere ricostruita, utilizzando una tecnica nuova ed efficace, il carton-cemento.

La scuola è ben tenuta, le aule pulite e dipinte, la preside, una giovane donna molto molto determinata. Il ponte tibetano collega la scuola all'altra riva e poche centinaia di metri piú in là sorge il villaggio, uno dei due nei quali Hanuman è intervenuta subito dopo il terremoto, costruendo capanne di bambù con il tetto di lamiera su cui si intravede ancora la traccia ormai quasi del tutto scolorita della H di Hanuman.

Sulla destra del ponte, in riva al fiume, contornato da un bel prato verde, c'è un tempietto colorato di bianco ed azzurro, con un albero verde. Mi fermo un attimo a guardarlo, con lo sfondo delle colline sembra una cartolina, non c'è nessuno intorno, un'oasi di pace, talmente magica che non oso avvicinarmi, me la godo da distante...

Al villaggio le case semidistrutte dal terremoto sono ancora li. Case a due piani, povere ma dignitose, costruite di pietra e argilla con travi di legno, non hanno potuto reggere l'onda sismica.

Molte persone sono al lavoro nei campi o negli orti a fianco delle case. Attira la nostra attenzione una ragazza elegantissima che sta piantando semi nel solco fresco di terra, ci regala un meraviglioso sorriso che illumina ancora di più sgargianti.

Gli alberi attorno solo diventati dei curiosi fienili, con la paglia che penzola dei rami. A fianco delle case sono legate sotto piccole tettoie le capre, sembrano piccoli presepi, l'atmosfera è serena, da poco qui è arrivata l'acqua, grazie ad un sistema di sollevamento alimentato da pannelli solari, la tecnologia sa anche essere amica discreta.

L'acqua può cambiare la vita, così come la può cambiare la costruzione di una strada, lo vediamo al villaggio successivo, dove c'è una piccola scuola che visiteremo.

Torniamo sulla riva opposta riattraversando a piedi il ponte tibetano, da dove si intravede, un chilometro più a monte un nuovo ponte stradale. La rampa di accesso non è ancora del tutto completata, ma si può accedervi con una macchinosa manovra, passando sotto la campata su un stradina sconnessa, facendo un'inversione di marcia sulla sponda per imboccare una ripidissima breve salita che porta al ponte.

Di là prosegue la strada asfaltata, ma noi imbrocchiamo un bivio sulla sinistra, uno sterrato su cui stanno lavorando le ruspe per completare la strada fino al villaggio dove sorge la SHREE JAKHANISTHAN PRATHAMIK VIDHYALA PRIMARY SCHOOL, che i nostri amici di Hanuman hanno soprannominato la Scuola dei pescatori. L'accoglienza è grandiosa, hanno intrecciato per l'occasione un portale di foglie di banano, con appeso un cartello rosso con la scritta gialla welcome in inglese e nepalese, Appena oltre il portale il rituale tilaka sulla fronte e una corona di fiori arancioni. La scuola avrebbe bisogno di un intervento ma non si sa che cosa comporterà l'apertura della strada, se il numero dei bambini continuerà a crescere, l'anno scorso sono passati da 35 a circa 50, oppure se le famiglie si trasferiranno altrove... Sembra ci si orienterà verso la realizzazione dei necessari interventi di consolidamento e si rimandi l'ampliamento, magari con la soluzione tecnica agile e modulare adottata per la Pashupati, una volta che si comprenderà meglio la dinamica demografica.

Restiamo a discutere fino al tramonto e quando riprendiamo la strada è ormai buio, ma ormai ci siamo abituati a confidare nell'abilità del nostro autista nello schivare le buche più profonde e districarsi sullo sterrato, per Binendra il nostro pullman è un 4x4!

Alle fine del ponte, nonostante il buio, proseguono i lavori. E' in corso l'asfaltatura della strada, con un curioso metodo manuale: alla luce dei fari dello schiacciasassi vengono versati secchi di bitume sul sedime stradale e quindi a  mano, come si seminasse, sabbia e brecciolino, compattati poi dal grosso mezzo, con un brivido che ci percorre la schiena quando sfiorando il ponte lo fa tremare tutto.

Piacevole cena al White House con noodles o riso saltati, degna alternativa al dal bhat, condita con chiacchiere e racconti di viaggio.

 

Day 11 - Martedì 25 aprile, due anni dal terremoto

Notte un po' difficile all'hotel White House. Appena chiuse le porte delle camere sentiamo il cigolare delle saracinesche di metallo che chiudono il corridoio verso la strada e verso il cortile interno: due robusti lucchetti le bloccano e ci sentiamo all'improvviso prigionieri. Un sospiro di sollievo quando, non avendo nessuno risposto ai nostri richiami, frugando in giro vediamo le chiavi appese ad un chiodo, provvidenziali anche perché Alessandro, che aveva accompagnato guide ed autisti al loro hotel poco distante, era rimasto chiuso fuori.

Le camere interne non hanno ventilazione, solo un piccolo finestrino che dà sulla sala da pranzo, il bagno è cieco (e non certo profumato), la biancheria da letto ci invita a sfoggiare i nostri sacchi lenzuolo personali... ben prima delle 8 siamo tutti svegli e un po' provati. Sarà per questo che a colazione fioccano le battute, risate genuine per arguti giochi di parole, come “dissento” per comunicare le prime avvisaglie di problemi di digestione eccessivamente rapida.

Ma il mondo nel frattempo va avanti con ben altri problemi: ci avvisano che dalle 6 di stamattina c'è una mamma con 2 bambini che aspetta Francesca ed Irene per raccontare i suoi problemi. Dopo il colloquio si decide che il più grande verrà accolto alla casa-famiglia e il più piccolo verrà sostenuto a distanza e resterà quindi con la mamma.

Mentre negli anni scorsi era necessaria la jeep, la strada che percorreremo oggi pare sia stata sistemata e partiamo quindi con il pullman. E' una strada importante, porta in Tibet, ma per il nostro occhio da occidentali è poco più che una carrareccia, che per altro si inerpica sulla montagna con stretti tornanti, sui quali il pullman affaccia il muso sullo strapiombo.

Intorno macchie di vegetazione rigogliosa nelle aree più impervie si alternano a campi e terrazzamenti ogni volta che il crinale spiana un po', con vicino le case di pietra con il tetto di paglia perfettamente integrate nel paesaggio. 

Dietro ad una curva, all'ingresso di un villaggio, gli abitanti si sono riuniti per accoglierci calorosamente: siamo arrivati alla SHREE PRAGATISHIL SECONDARY SCHOOL. Passiamo sotto il portale di foglie di banano, gli insegnanti ci mettono al collo sciarpe di seta e collane di fiori, gli alunni schierati accompagnano il loro Namastè con il dono di fiori e petali. Queste piccole cerimonie di benvenuto che riceviamo all'arrivo nelle scuole sono sempre emozionanti, anche Vitaliano mi rivelerà che prova sempre una certa emozione, anche se sono anni ormai che gli vengono tributate.

Questa è una grande scuola a 3 piani, dipinta di fresco di rosso. Nel cortile è stato allestito un tendone per ripararci dal sole e un impianto audio, i banchi sono stati sistemati nel cortile e vi prendono posto alunni e gente del villaggio, ragazze e donne con sari coloratissimi e anziani dal volto solcato dal sole. 

La giornata è limpida e il sole alto, sono quasi ubriaco per il turbinio di inquadrature che mi entrano nel mirino della macchina fotografica. E' qui che faccio uno degli scatti che amo di più. La ragazza aveva un bel sari rosso con ampi pantaloni verdi e continuava ad entrare ed uscire dal cancello del cortile in attesa delle sue amiche. A fianco al cancello rosso un albero dalle foglie verdi brillanti, un perfetto gioco di colori con i vestiti della giovane, che dopo qualche tentativo riesco infine a cogliere. Sopra il cortile si rincorrono delle rondini, hanno fatto il nido sotto le balconate che percorrono tutta la facciata d ella scuola... la scuola dove volano le rondini!

Oggi è festa grande, sono presenti anche le autorità locali che fanno i loro discorsi, interrotti spesso da lunghi applausi. Veniamo chiamati dalla speaker a uno a uno, chi ha un ruolo con la sua qualifica, Giorgio viene (giustamente) promosso sul campo ingegnere, in effetti se lo merita. Ci spostiamo al palco alla targa sulla facciata, coperta da un drappo rosso. Francesca viene chiamata a scoprirla, proprio oggi, 25 aprile, due anni esatti dal tremendo terremoto del 2015. Alle 11:58 facciamo un minuto di silenzio per sottolinearlo.

La festa prosegue con una danza fatta da 3 bambine, che pur essendo in divisa scolastica avevano ciascuna un particolare diverso. Al termine della loro esibizione veniamo invitati a ballare, ci uniamo volentieri, assieme a ragazzi ed insegnanti.

Poi un'ulteriore piccola cerimonia, il taglio del nastro dell'aula adibita a nursery. La festa si conclude con l'offerta di frutta.

Prima di partire ci vengono presentate due richieste di sostegno a distanza, Irene raccoglie tutte le informazioni e prende buona nota.

Ripartiamo con il pullman, la strada in discesa sembra più breve, o forse siamo noi che lo speriamo, vista la pendenza da brivido. A qualcuno però non basta e rilancia: i nepalesi che ci accompagnano ed Alessandro la fanno tutta sul tetto del pullman.

Breve sosta per pranzo sempre al White House e poi abbandoniamo Ramechhap alla volta di Kathmandu. 

La strada oggi è poco trafficata, il viaggio agevole, ci concediamo qualche ora di sonno. Entriamo nella valle di Kathmandu sotto la benedizione della grande statua di Shiva, quella che all'andata era avvolta nella nebbia.

A Bhaktapur ci fermiamo per una verifica dei lavori di consolidamento della SHREE SUBARNESHOWR LOWER SECONDARY SCHOOL, la scuola dove fa da custode e bidella la nonna di Hashish, uno dei ragazzi nepalesi di Hanuman. La piccola anziana ci accoglie con the e biscotti alla cannella, mentre gli operai con martello pneumatico demolisco parzialmente i muri per mettere a nudo i pilastri e rinforzarli con un ulteriore rivestimento in cemento armato. E' una scuola storica per Hanuman, qui sono intervenuti nel 2008 e nel 2012, quando è stato costruito un secondo piano. I lavori in corso si sono resi necessari dopo il terremoto, la scuola ha sostanzialmente retto ma occorre rinforzarla con lavori di ristrutturazione importanti, bisogna intervenire fin sotto le fondamenta.

Arriviamo all'Hotel Holy Himalaya alle 18, ci dividiamo tra relax in camere e massaggio. 

Ceniamo in un ottimo ristorante al secondo piano di un anonimo edificio, il Mountain Steak House con la cucina a vista e delle grandi e saporite bistecche, accompagnate da una senape della casa strepitosa e la buon birra Everest.

 

Aprile 2017 quarta parte

 

 

Da mercoledì 26 a  sabato 30 aprile

Nei giorni seguenti ci dividiamo: i volontari neofiti del Nepal in giro per la valle di Kathmandu, i responsabili dell'Associazione rimasti in città per svolgere una serie di incombenze burocratiche e organizzative (riusciamo a mala pena ad immaginare quanto lavoro ci sia dietro gli interventi nelle scuole e il sostegno dei bambini aiutati da Hanuman). 

Visitiamo villaggi e città dove la storia e la mitologia si intrecciano. Le nostre guide ci faranno notare piccoli particolari all'angolo di una strada o dipaneranno la complicata struttura di imponenti templi, per dimensioni e per ricchezza dei particolari, isolati o quasi soffocati dalle altre case, oppure raggruppati nelle splendide Durbar Street o Durbar Square, la strada o la piazza del palazzo. Vedremo grandi pagode di mattoni, con gli infissi intarsiati in legno o dipinti in oro, statue di marmo, grandi stupa, ruote della preghiera, nicchie cariche di offerte.

Vedremo edifici durante colpiti dal terremoto, talvolta ridotti a semplici cumuli di detriti, altre volte imbragati in rudimentali e ingegnose impalcature, in qualche caso appena ricostruiti, ovunque riusciremo comunque a intuire gli antichi fasti, quando la valle era divisa in tre regni e le tre capitali, Kathmandu, Patan e Bhaktapur competevano tra loro anche sul piano artistico.

Le nostre guide ci aiuteranno a districarsi tra gli innumerevoli dei, le loro diverse manifestazioni e i veicoli che tradizionalmente userebbero per muoversi, a comprendere le complesse cerimonie, tra tutte la più suggestiva l'omaggio mattutino della statua coricata di Vishnu a Budhanilkantha. Visiteremo monasteri tibetani e templi induisti, vedremo sedicenti santoni esporsi per ricevere le offerte dei turisti che li vogliono fotografare, altri discosti ed attenti ad evitare ogni contatto con gli stranieri. Vedremo le pire funebri bruciare, al termine di un rito articolato carico di simbolismi. Ci fermeremo semplicemente a guardare la gente che passa, l'umanità che si percepisce fremere nei dintorni dei luoghi più sacri, dove le persone e gli animali sacri si sfiorano rispettosamente o le scimmie irriverenti si rincorrono. 

Ovunque artigiani e venditori ci offriranno i loro prodotti o le loro mercanzie, semplici banchetti o piccole botteghe artigiane, qualcuna più ampia, altre minuscoli sgabuzzini in cui vendita e lavorazione si sovrappongono, difficile non lasciarsi coinvolgere dalla maestria degli artisti e dai prezzi allettanti, soprattutto tenendo conto che il primo prezzo richiesto è sempre quasi il doppio di quello effettivo a cui si può acquistare.

Ma negli occhi e nel cuore portiamo i nostri bambini, spesso li rivediamo nello sguardo dei piccoli che incrociamo, nelle divise degli alunni che escono da una scuola, nelle mani sporche e provate di un piccolo lavoratore...

I colori ci ubriacano, i profumi ci inebriano, ma sono i suoni che ci toccano nel profondo... E non solo quelli delle campane tibetane, che vibrando con frequenze diverse stimolano i chakra, ma anche la semplice musica che esce dai cd venduti agli angoli delle strade. Il mantra Om mani padme uhm, “gioiello nel fiore di loto”, quello che Vitaliano faceva suonare per svegliarci dopo le notti trascorse all'Happy Home che ormai abbiamo fisso nelle orecchie, tanto spesso si sente suonare.

Meno frequente e per questo ci causa un tuffo al cuore sentire suonare una canzone familiare, Resham Firiri, una canzonetta che ci cantavano i nostri bambini inglesizzando le parole: ci scambiamo uno sguardo e continuiamo in silenzio... sono passati solo pochi giorni da quando li abbiamo visti partire da Ramechapp, ci mancano da morire...

Col passare dei giorni cominciamo a pensare che quando non saremo più qui, a toccare con mano, a vedere con gli occhi, a respirare col naso, ad ascoltare con le orecchie questo splendido paese, avremo bisogno di un qualcosa che ce ne farà rivivere le sensazioni. E anche il racconto accorato che faremo ai nostri cari e ai nostri amici dovrà trovare un segno tangibile, un piccolo oggetto transazionale, uno scrigno simbolico nel quale racchiudere i nostri sentimenti... Per questo ci prenderà una certa frenesia per gli acquisti. Acquisteremo collane, braccialetti, sciarpe, campane tibetane, lungta (le colorate bandiere della preghiera), tutto dagli stessi fornitori a cui si appoggiano da anni ormai i nostri amici di Hanuman, gli stessi prodotti che compreranno per rivendere per autofinanziamento in Italia.

Questi giorni di giri turistici, seppur estremamente piacevoli, non cancellano le profonde emozioni vissute in quelli precedenti, che invece si radicano sempre più profondamente dentro di noi, stimolando riflessioni importanti, sul senso della nostra esistenza, sulla giustezza del nostro modo di vivere e sul nostro approccio, così... occidentale, alle cose e alla natura. E' proprio vero il proverbio indiano che dice: “viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso”.

 

Domenica 30 aprile

E' il giorno della partenza. Memori delle difficoltà della partenza pesiamo e marchiamo bene i bagagli, per poterli identificare in fase di imbarco e stare dentro nei 30 kg di peso massimo ammesso a testa. Riempiamo la hall dell'albergo con i nostri borsoni arancioni, tanto che ci viene in mente di disporli a H come nel logo di Hanuman e ci facciamo dare una foto da Roberto, il volontario che trascorrerà una parte del suo viaggio in Nepal con i nostri ragazzi.

Gli amici nepalesi ci riempiono di regali: collane di fiori, sciarpe di seta, per ciascuno un piccolo souvenir e un quaderno in carta di riso, il tipico cappello a bustina nepalese... poi calorosi saluti con lunghi abbracci, abbiamo condiviso giorni assieme ma soprattutto, da ora, condividiamo una missione... per i bambini del Nepal!

 

Namaste!

Marco M.