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Marzo 2008

PROGETTO NEPAL Marzo 2008

 

Già un anno è trascorso dal precedente atteraggio in terra nepalese, ma nel frattempo abbiamo avuto la gradita visita, in Italia, dei nostri amici fraterni: Amresh prima, nel giugno 2007, e Ravi poi. Quest’ultimo nostro ospite, a Verona, nei tre mesi invernali, durante i quali ha frequentato un corso di lingua italiana.La loro visita ha certamente interrotto la nostalgica lontananza dal Nepal, fra una mission e l’altra, ma ha anche ravvivato le nostre giornate e rinsaldato il rapporto che abbiamo con questa meravigliosa terra e la sua gente.Ancora una volta i preparativi fervono per la nostra nuova spedizione. Il gruppo è composto da dieci volontari di Hanuman Onlus. Sono tutti molto emozionati all’idea di partire. Per alcuni è tornare, per altri è la prima volta. Il tempo sarà tiranno, perché avremo a disposizione solo una settimana da dedicare a tutte le attività umanitarie programmate.Al nostro arrivo all’aereoporto di Kathmandu, l’abbraccio degli amici è come sempre molto caloroso ed intenso. Per tutti noi ci sono sempre meraviglia ed emozione. Quest’anno c’è anche una nuova sorpresa: la presenza di Rajesh, il Media Coordinator, che seguirà, con la sua videocamera professionale, ciò che avverrà durante il nostro soggiorno, per documentare tutte le nostre attività benefiche. Un nuovo importante volontario si aggiunge quindi al gruppo, così da poter dare unatestmonianza visiva dei nostri progetti, ogni qualvolta torneremo in Nepal.

Hanuman Onlus Nepal e Ravi, il Presidente dei Co.yo.n., hanno programmato tutto con meticolosa attenzione, in modo tale che il poco tempo a nostra disposizione possa essere sfruttato al meglio.La strada, che ci porta al villaggio di Benighat, è completamente libera dai posti di blocco e dai militari che, la pattugliavano, numerosi, fino a pochi mesi or sono.I pensieri corrono a quel lontano febbraio 2005 quando il Re Gyanendra si impose sul popolo con il pugno di ferro del colpo di Stato. Anche noi eravamo presenti in quei giorni di tensione, sempre a fianco dei nostri amici.

Oggi, marzo 2008, alla vigilia delle tanto sofferte libere elezioni, il clima è decisamente diverso.

Dal finestrino del pulmino si intravvede il colore azzurro delle divise scolastiche dei bimbi che, in fila ordinata, ci stanno attendendo per la consueta cerimonia di benvenuto, alla prima scuola da noi costruita. Tutto il paese è in festa. Le autorità, meno formali del solito, con tono e modi più confidenziali, ci intrattengono raccontando quello che è successo durante l’intervallo di dodici mesi, che ci hanno separato dalla nostra ultima visita.Intanto, i bambini del progetto “Educating Children” (sostegno a distanza) sono in attesa di incontrarci. A tutti loro dispensiamo abbracci, sorrisi ed un piccolo regalo, quale premio per i loro brillanti risultati scolastici.I familiari di Ravi, nostri ospiti speciali, ci accolgono, come sempre, con grande entusiasmo. Il loro sorriso si prodiga senza sosta, i loro volti sono pieni di riconoscenza, per le attenzioni riservate a loro figlio, quasi nostro fratello, durante il suo soggiorno in Italia.Quante parole, progetti, risate, danze e strette di mano. Tutti, al villaggio, fanno la fila per venirci a salutare ed i bambini incuriositi, ma timidamente nascosti dietro gli adulti, si avvicinano a noi, accennando un inizio di gioco, che subito enfatizziamo facendo festa assieme a loro.

Nel pomeriggio è prevista la cerimonia per l’inaugurazione della nuova aula di informatica, presso la Shree Chandrodaya Higher Secondary School. Ci emoziona tutti in modo particolare.Questa scuola ospita i ragazzi più grandi, delle classi superiori, che si preparano per l’università e per costruire il futuro del loro paese.Noi ci sentiamo parte di questo importante progresso.L’aula è ordinata, con ben 21 postazioni di personal computer. Gli studenti, orgogliosi, ci mostrano i loro primi esperimenti di grafica, world, excel e vari altri programmi. L’insegnante responsabile della materia, a stento, trattiene la sua gratitudine per quanto siamo riusciti a fare, nell’allestimento dell’aula.Raccogliamo poi volentieri, l’ennesima proposta, che per noi è una vera e propria sfida. Solo due anni fa siamo riusciti a far diventare College la scuola superiore di Benighat ed ora, con la nuova decisione di ampliare di altre 3 aule la stessa struttura scolastica, potremo riuscire a far approvare la domanda per farla divenire “Università”. La più importante e l’unica fuori dalla capitale.

La dedicheremo per questo al nostro Presidente.

 

Marzo 2008 seconda parte

 

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Il giorno dopo inizia il trekking. Uno splendido sole ci scalda, mentre una leggera brezza ci accarezza il corpo, che comincia leggermente a corprirsi di piccole perle di sudore: la salita è a tratti difficoltosa, ma la gioia di rivedere i bambini della Shree Basanta Primary School, inaugurata lo scorso anno, sulle pendici della collina, ci rende meno faticoso lo sforzo. Eccoli! Sono tutti in fila, emozionati quanto noi, nel rivederci. In attesa di verificare i loro progressi scolastici, il preside della scuola ci invita a gustare alcune bevande ristoratrici e della buonissima frutta fresca. A tutti i nostri piccoli monelli riserviamo un dono. Al termine della festa le loro energiche manine stringono in pugno, chi una felpina, chi un paio di pantaloncini, chi una maglietta.

Un forte coro di Namaste!!!! saluta il gruppo, che prosegue nella impervia salita verso la Shree Janagaun Primary School, dove si arriva che il sole è già alto in cielo.

Attraversiamo spicchi di terra non ancora lavorati, anticipando solo di qualche giorno l’aratro trainato dai bufali, che ora ci guardano passare, mentre riposano all’ombra di un grande albero di mango. L’aria, intorno, odora di letame e fieno appena tagliato.

E’ di nuovo il forte vociare degli scolari a fare da colonna sonora al nostro arrivo. Il corpo insegnante, frattanto, li prepara tutti in fila con offerte di ghirlande fiorite, che adorneranno presto i nostri capi. Quanta festa! Eccoli poi, tutti pronti a scatenarsi, non appena dai nostri sacchi faremo uscire tanti piccoli doni. I bimbi del progetto Educating Children ci raggiungono sorridenti ed a tutti loro porgiamo un  regalo speciale:  un pallone per i bimbi ed una felpa con peluche per le bimbe.

La cisterna per la raccolta dell’acqua piovana che abbiamo finanziato, in modo da poter rendere funzionali i nuovi bagni, è pronta per la cerimonia di inaugurazione.

Dopo pranzo organizziamo tutti assieme, grandi e piccini, una partita a bandiera, con squadre di quindici partecipanti per parte. Tra urla e risate, con capitomboli e scivolate, dovute all’enfasi del gioco, trascorriamo piacevolmente alcune ore, fino a quando  il tramontare del sole ci avvisa che è ora di scendere al villaggio. Alcuni bimbi ci accompagnano per l’impervia discesa, intonando le loro canzoni tipiche, delle quali, noi, a stento, riusciamo a memorizzare qualche strofa.

Giunti alla base, la sera trascorre tra danze e balli organizzati dagli abitanti del posto e da cui ci facciamo volentieri coinvolgere, prima timidamente e poi senza ritegno alcuno.

All’indomani, la nuova alba ci vede partire. Ci attende una salita ancor più impegnativa del giorno precedente. Sarà intensa e lunga, eviteremo quindi le ore più calde. Il sole già ci sorride sornione alla buonora ed in fila indiana cominciamo la salita di tre ore, che ci porterà sulla cima della  Piple Hill, dove inaugureremo la Bhairabi Primary School. Con essa, circa 200 bambini avranno la possibilità di frequentare le lezioni tutti i giorni, tranquillamente, senza temere le intemperie monsoniche od il caldo rovente delle giornate estive. Il suono delle tablas, dei maggaa

khin, i tipici tamburi nepalesi, dei dhime, i grandi tamburi Newari, ci accolgono in segno di benvenuto. Tiriamo un sospiro di sollievo: siamo giunti a destinazione. Ora, attorno alla scuola, i bimbi ci offrono le loro ghirlande di fiori colorati. Gli insegnanti ed il preside li coordinano e ci sorridono riconoscenti. Tutta la popolazione del villaggio è in attesa della grande festa. Per l’occasione, alcuni giornalisti, dalla lontana capitale, ci hanno raggiunto per poter testimoniare, sui quotidiani e alla televisione, i nostri sforzi. Quanta felicità nei piccoli tondi e sorridenti visi dei tanti bimbi, che domani affolleranno le nuove aule. A turno, gli anziani del villaggio ci porgono dei piccoli regali di artigianato locale in segno di riconoscenza ed alcuni ci ringraziano commossi.

E poi eccoli, imperano tra noi i piccoli biricchini curiosi di vedere cosa nascondiamo nei grandi sacchi bianchi. Ordinatamente, tutti in fila indiana, allungano la loro manina per ricevere le tante belle cose che abbiamo poratato per loro. Per noi sono piccoli oggetti, per loro invece sono tanto grandi, quanto la felicità che si legge nei loro occhi.

Ancora una volta il sole ci ricorda che è ora di incamminarsi verso casa, dove arriviamo stanchi, ma felici. Da Ravi, qualcuno si improvvisa cuoco assieme ai nostri amici, altri intonano canzoni italiane, sperando di riuscire ad insegnarle anche a loro. Ma alla fine ecco uscire il papà di Ravi, con il suo tamburo in mano, e da quel momento canti e danze nepalesi coinvolgono il villaggio fino a notte inoltrata.

Ancora una splendida alba dà il risveglio a tutto il gruppo, che lentamente si prepara per il ritorno a Kathmandu. Questa volta la famiglia di Ravi ci saluta con il cuore già colmo di nostalgia e persino il papà, in passato sempre tutto d’un pezzo, guardandomi negli occhi, con il viso segnato dalle lacrime, mi stringe a sè con forza e mi ringrazia per quel che abbiamo fatto per suo figlio, oltre a quello che via via stiamo costruendo per il villaggio intero e per tutti i bambini.

Ora, sul pulmino che ci riporta nella capitale, regna il silenzio, ma non siamo certo soli. Con noi sono: l’immagine dei bimbi che ci rincorrono dietro al bus, finchè le loro piccole gambe reggono lo sforzo della velocità del mezzo, gridando “Namastè”! (grazie!); gli amici del villaggio che ordinatamente ci stringono la mano abbracciandoci e sussurrandoci “dont’ forget us”; tanti ricordi recenti, non ancora completamente impressionati nella nostra mente.

Tutto ciò affolla i nostri pensieri e rende, ora pensierosi, ora rilassati, ora sorridenti, i nostri volti, durante il rientro all’ albergo.

TuTTobene? TuTTobene? Ci saluta Mr. Amar dandoci il benvenuto.

Il traffico caotico della capitale ci stupisce sempre, anche dopo tanti anni che percorriamo sempre le stesse strade. A pochi chilometri di distanza da Kathmandu, ci dirigiamo verso Bakthapur, che oggi può considerarsi a ragione parte della capitale stessa, dove ci attende l’inaugurazione della Subarneshwor Primary School. A pochi passi dal meraviglioso centro storico, di una delle più belle città reali del paese, ecco avvicinarsi la banda, che con la sua allegra musica ci accompagna presso la scuola. E subito, saltano  all’occhio le grandi finestre, che con i loro luminosi occhi renderanno più piacevole le lezioni ai tanti bimbi che affolleranno le aule. Il color pesca dei muri della scuola rende l’atmosfera tranquilla e piacevole. I presidenti di Hanuman Onlus Italy e Nepal, emozionati, rilasciano interviste ai giornalisti delle locali stazioni televisive. Francesca ed Amar, entusiasti,  indirizzano i loro discorsi ai tanti adulti presenti ed ai piccoli bimbi, raccomandando fortemente la  buona conservazione della scuola, importante investimento per il futuro. I grandi occhi curiosi dei numerosi bambini, accorsi per l’inaugurazione, saltano da un viso all’altro, del nostro gruppo, in attesa del momento in cui distribuiremo loro penne, quaderni e vestitini. La sera stessa, ci riempiamo d’orgoglio nel vedere alla televisione nepalese un servizio sulle nostre iniziative. L’apporto del nostro cameramen, Mr. Rajesh, ha consentito di programmare un servizio completo sulle nostre attività in Nepal. Inoltre l’indomani anche la stampa della capitale, ancora una volta, parlerà di noi in toni entusiasti, di questa Onlus italiana, ormai conosciuta, che assieme ad un gruppo di volontari nepalesi, è riuscita a costruire tante scuole, in pochi anni.

La settimana è trascorsa arricchendoci di progetti conclusi, ma soprattutto di nuovi interventi in programmazione. Il 2008 è un anno pieno di speranza per diverse altre scuole. Due in particolare sono state individuate, come assolutamente bisognose del nostro intervento ed i lavori, al momento di scrivere già fervono. Ma sarà anche l’anno in cui si getteranno le basi per l’Hanuman Village, forte punto di riferimento per ospitare i tanti bimbi orfani che la nostra associazione sostiene già ora a distanza, garantendo loro la frequenza scolastica, oltre che vitto, alloggio, vestiario e cure mediche.

 

Marzo 2008 Francesca Meneghello Racconta...

 

Il nostro Presidente; carta e calamaio, ci prende per mano e ci accompagna in un vortice di emozioni.

Marzo 2008

Nepal - Periferia di Kathmandu - Rahul.

Il suo viso di bimbo di 7 anni e’ grazioso ed assai dolce. Il suo sorriso e’ franco e mi guarda con curiosità mista a riconoscenza. Come l’anno scorso, in occasione del nostro precedente incontro, gli abbiamo portato diversi doni: giochi, colori, quaderni, vestitini nuovi colorati ed alcuni dolcetti. Non e’ abituato a ricevere tanti regali in un unico momento, ma ha capito che quando ci vediamo è un momento importante, di festa. L’unico suo dovere per beneficiare di tutto ciò, è quello di studiare assiduamente per assicurarsi dei bei voti a scuola. Ed in effetti il suo impegno è indiscutibile ed i buoni risultati arrivano. La sua pagella e’ da primo della classe. Non sono certa che ne conosca l’importanza per sé stesso, per la sua crescita e per il suo futuro, ma di sicuro ha capito che con il suo impegno scolastico, si garantisce il pane quotidiano e la sicurezza della frequenza a scuola. I suoi genitori non ci sono più: la mamma è morta quando lui aveva due anni ed il papà si è dileguato subito dopo, abbandonandolo a sé stesso.

Vedo che mi segue con lo sguardo, quando consegno i regali agli altri bambini, da noi sostenuti a distanza. Sembra quasi voglia comunicarmi qualcosa, ma nella confusione non capisco e mi distraggo da lui.

Nella nuova scuola che abbiamo appena inaugurato è gran festa, centinaia di persone, tra i bimbi, i professori e gli adulti del villaggio. La musica si sovrappone a tutto e la presenza dei giornalisti mi obbliga ad adempiere ai miei doveri di Presidente, con un’intervista televisiva in inglese, che verrà programmata in uno dei più diffusi network locali.

Perdo di vista Rahul, che scopro poi essere con il suo amichetto di scuola e la loro insegnante. Ci salutiamo con la promessa di rivederci ad ottobre, quando torneremo in Nepal per i nostri nuovi progetti. Ma nel viso del bimbo riaffiora la stessa espressione di prima, quando voleva dirmi qualcosa, ma la sua timidezza e rispetto verso l’adulto, lo bloccano. Chiedo alla sua insegnante se va tutto bene e lei, pure riconoscente per quanto stiamo facendo per il bimbo, annuisce e conferma: tutto bene.

La sera, mentre sono a cena in compagnia di tutti gli amici nepalesi, che ci seguono ed accompagnano nelle nostre iniziative, dentro di me, sorge un dubbio e chiedo: - Rahul sta bene? … E sua nonna?.

Mi sento rispondere che il bimbo è in salute, ma la nonna, unica parente in vita, circa due mesi prima si era gravemente ammalata.

Il giorno successivo decidiamo di andare a casa di Rahul e verificare di persona lo stato di salute dell’anziana parente. Al nostro arrivo, dopo una camminata di circa un quarto d’ora dalla strada asfaltata, in mezzo ad un boschetto disseminato di baracche, arriviamo alla “catapecchia” dove avrebbero dovuto trovarsi Rahul e la nonna. Una vicina ci spiega, che a seguito della grave malattia dell’anziana donna, si erano trasferiti a circa un chilometro di distanza, dove un loro parente li aveva ricoverati. L’apprensione, dentro di me, via via cresciuta nel vedere la baracca ove Rahul abitava, lamiere bucate tamponate da stracci e cartoni, per un po’ si affievolisce, scoprendo l’esistenza di un altro parente.

Proseguiamo carichi di speranza, finchè arriviamo davanti ad una casa dignitosa per gli standard del posto. In uno spiazzo lì per terra, Rahul sta studiando e scrivendo ciò che un amichetto gli detta.

Al nostro arrivo, siamo in otto, si desta un po’ di movimento, misto a meraviglia. Dei turisti stranieri in un posto così?! Quando mai sono stati visti?! Alcuni adulti si avvicinano curiosi. Rahul alza la sua tonda testolina e sorride, - Oh, ecco gli zii della scuola di ieri!!!

La nonna di Rahul, alta un metro e mezzo al massimo, magra stecchita, ripiegata su sé stessa e con il viso incartapecorito dalla vita di stenti e ristrettezze, capisce chi siamo: coloro che aiutano il suo bambino dall’Italia. Forse neanche sa dove si trova questo lontano paese, ma ci elargisce il più bel sorriso sdentato che io abbia mai visto!! Ci bacia le mani e ci ringrazia, mentre i suoi occhi orgogliosi e fieri diventano lucidi.

La porta da cui esce per venirci in contro non è però quella della casa che ci era stata indicata, ma quella della pseudo stalla che si trova di fronte.

Lancio uno sguardo meravigliato verso il mio vicino, che però non coglie lo sgomento che sta montando dentro me, nel verificare che Rahul abita con la nonna in quel tugurio. Però non dico nulla. Magari all’interno è più confortevole. Entro per verificare, ma con ancor più grande sconforto mi rendo conto che il posto è ben peggiore di quanto si potesse lontanamente immaginare.

All’interno l’altezza al soffitto non è più di un metro e sessanta, per entrare e per starvi devo rimanere chinata. La luce è rappresentata dai pochi fievoli raggi, che riescono a trapassare alcune fessure nel soffitto, e l’interno è tutto composto da terra battuta umida e fredda, sia alle pareti che a terra. L’arredamento è completamente inesistente. La cucina è un incavo scavato nella terra del pavimento, ove la sera presumibilmente viene acceso il fuoco. Il giaciglio per dormire è costituito da un unico ammasso di mattoni, isolati da terra con il cartone ed il polistirolo, il tutto coperto da panni vecchi, pesanti e carichi di anni di muffa e di umidità. Lì, in uno spazio non più grande di un metro quadrato, dormono Rahul e la nonna, scaldandosi a vicenda con il calore del corpo, data la totale assenza di qualsiasi altro confort che mente umana possa immaginare.

Più mi guardavo attorno e più notavo la mancanza di tutto.

Più percepivo l’assenza totale di qualsiasi agio e più mi soffermavo ad osservare l’impegno con cui, nonostante tutto, Rahul si prodigava nel fare i suoi compiti, con la testolina inclinata per la concentrazione, lì fuori, sopra una stuoia, per terra, in assenza di qualsiasi altra base d’appoggio (sedia o tavolo che fossero).

… più dentro di me montava l’angoscia; gli occhi tutt’ora, nello scrivere queste righe, mi si lucidano…

Uscita dall’antro buio ed umido sono rimasta ad ascoltare le parole che, mio marito, sempre molto concreto e pratico, scambiava con l’anziana donna per saperne di più su di lei e sul bambino, ma il mio sguardo correva dalla casa al bimbo e … non ho più potuto trattenere i singhiozzi.

Mi sono allontanata mettendo gli occhiali da sole perché gli altri non si accorgessero della mia reazione. Mi vergognavo, ma non di piangere, mi vergognavo di essere così tanto fortunata, di avere avuto un’infanzia ricca di affetto, di attenzioni, di giochi e di spensieratezza. Fortunata di aver avuto la possibilità di studiare e di avere un lavoro dignitoso. Fortunata di evere tutt’oggi delle persone meravigliose vicino a me, nella mia famiglia. Fortunata di desiderare una qualsiasi cosa e di poterla avere con facilità, e magari non essere ancora del tutto contenta.

Analizzando poi, l’angoscia era forse dovuta al senso di impotenza che mi dava il vedere una scena simile, sapendo che lo zio di Rahul in qualche modo non se ne faceva carico, e verificando che tutto era demandato ad una anziana donna malata e priva di qualsiasi mezzo.

Impotenza enfatizzata dal fatto che non vedevo negli altri, che erano lì con me, la stessa angoscia che provavo io in quel momento, quasi fosse una cosa normale assistere indifferenti a tutto ciò, senza alcun atto di ribellione. Sicuramente mi sbagliavo. Ognuno di noi reagisce in modo diverso, prova ne è, ciò che poi abbiamo fatto tutti assieme e tutti molto coinvolti.

Solo ora mi spiegavo quella strana sensazione di mesta tristezza che leggevo nel viso del bimbo durante gli incontri a scuola. Ora mi era chiaro il perché della sua assoluta riservatezza e timidezza.

Be’, inutile raccontare che, nonostante il poco tempo a nostra disposizione, la decisione immediata è stata quella di ritornare in paese per prendere subito un letto nuovo fiammante a due piazze, costruito al momento, con un materasso e dei cuscini ben imbottiti, un piumone grande, morbido ed assai caldo. Abbiamo anche provveduto a prendere un piccolo tavolo e la sua seggiolina, un piccolo armadietto per riporre i libri ed i vestitini ed il disinfettante con le garze, perché, oltre tutto, Rahul si era ferito la caviglia, cadendo, il giorno stesso, dalla bici scassatissima, priva di copertoni e tutta arrugginita.

Assistere Rahul mentre si lavava la caviglia ferita e disinfettarlo e fasciarlo per bene è stato forse l’unico momento, appena successivo, in cui mi sono sentita un po’ sollevata. Vedere il suo faccino e l’espressione nel viso della nonna, quando siamo arrivati carichi di tutto questo materiale, è stato un ritrovare con loro il sorriso. Lasciare a Rahul il suo nuovo sapone, con il suo nuovo spazzolino e dentifricio, è stato anche avere la certezza che qualcosa dentro di me era cambiato.

Non è vero che non si può far nulla, è vero solo che bisogna crederci e provarci.

I pensieri che mi hanno accompagnato nelle ore e nei giorni successivi sono infiniti.

Confrontarmi con mio marito, condividere con lui e con gli altri amici tali sensazioni fortissime e programmare gli interventi futuri, a favore di tutti i bimbi che via via abbiamo scelto di sostenere a distanza, mi ha dato la forza e l’energia di continuare in quello che stiamo facendo, ma soprattutto la motivazione a fare sempre di più.

Ho comunque la certezza che il nostro Rahul avrà modo di studiare e di avere un’infanzia più comoda e felice di quella che il destino gli aveva riservato. Ed ho anche la consapevolezza, che come Rahul, molti altri bimbi saranno sottratti ad un destino beffardo, fintanto che associazioni come la nostra esisteranno e prolifereranno.

 

Francesca Meneghello